Cancellara, Mons. Ricchiuti incontra l’Unitre

Pubblicato da Donato Pepe il 27 marzo 2012


Dal 22 al 25 marzo, la comunità di Cancellara ha avuto l’onore di ospitare Sua Eccellenza Mons. Giovanni Ricchiuti durante la sua “Visita Pastoraleâ€. Numerosi gli appuntamenti che hanno scandito la permanenza del Vescovo in questo comune, tra cui l’incontro con i soci dell’Unitre di Cancellara avvenuto lo scorso venerdì. La Presidente, Rosa Lioi, dopo avergli rivolto un caloroso benvenuto, ha illustrato le innumerevoli attività svolte nel corso degli anni e ha espresso il desiderio di poter realizzare in futuro alcuni progetti molto ambiziosi. Monsignor Ricchiuti, nel ringraziare per l’accoglienza riservatagli, ha manifestato grande soddisfazione nel constatare che la sezione Unitre di Cancellara continua il suo lavoro, soprattutto perché è stato testimone della sua nascita. Poi, rivolgendosi alla platea composta prevalentemente da ultrasessantenni, si è compiaciuto per la loro attiva partecipazione, affermando che questa “stagione della vita†non solo custodisce la memoria del passato, ma sa raccontare e, soprattutto, è testimone di vita, di saggezza e di educazione verso le nuove generazioni. Dunque, la vecchiaia non è essa stessa una malattia, come invece sostenevano gli antichi romani “senectus ipsa morbus”, ma può costituire una fase felice per quanti sapranno apprezzare e valorizzare questo momento dell’esistenza. Richiamando, poi, alcuni versi di Madre Teresa di Calcutta che inneggiano alla vita, ha sottolineato che essa è un dono e come tale va amata e apprezzata e non sprecata in cose vacue come accade oggi tra le nuove generazioni. Ha elargito, altresì, preziosi suggerimenti riferendosi al possibile coinvolgimento dei giovani nelle attività didattiche dell’Unitre, fornendo loro un’occasione per mettere a frutto le competenze acquisite nel corso degli studi. Infine, nel congedarsi, ha auspicato un ritorno all’associazionismo come espressione delle attività di partecipazione, solidarietà e pluralismo, un valore ormai in via di estinzione sostituito dall’individualismo sempre più dilagante nella nostra realtà. Grande è stato l’entusiasmo e la commozione dei presenti per questa lezione così speciale.

Franca Caputo

L’IMMONDIZIA CI OFFENDE!

Pubblicato da Donato Pepe il 15 marzo 2012

Non ce la faccio più! È da ottobre che giro costernata e angosciata per le vie del paese e vedo immondizia dappertutto. La gente mi guarda, poi mi si avvicina e si duole con me dello stato di degrado in cui è la nostra comunità. In effetti nei miei quarantatre anni trascorsi qui non ho mai visto il paese così sporco e abbandonato . Ho atteso in questi mesi che la situazione si evolvesse e tutto ritornasse nella norma: qualcuno, vicino all’amministrazione, mi confermava che le riunioni all’uopo indette avrebbero risolto ogni inghippo; ma a tutt’oggi tutto è immutato e l’ immondizia, emersa anche in modo più eclatante da sotto i cumuli di neve dello scorso mese, è lì a terra per ogni luogo, là dove il vento la trascina senza “rispetto†per l’antico e il nuovo borgo acheruntino.
Ho quasi l’impressione che prenda vita ogni giorno di più e ci beffi!
Non vogliamo sapere quale handicap amministrativo ci sia sotto. La raccolta differenziata era doverosa e necessaria e ricordo che per anni la scuola elementare orgogliosamente ha portato avanti progetti di ecologia dei rifiuti urbani avviando ed attivando opportunamente, tramite gli alunni, la sensibilità degli abitanti verso il rispetto per l’ambiente; per cui quella va bene ma non sostituisce la pulizia del paese. Esigiamo ( è tutta la comunità che lo pretende!) che la situazione incresciosa venga risolta e che il paese torni ad essere una cittadina , piccola ma linda e dignitosa e fiera di offrire le sue glorie e i suoi monumenti ai turisti occasionali e organizzati che da un po’ d’anni vengono regolarmente ad Acerenza. Chi è responsabile ha il diritto- dovere, prima verso i suoi concittadini e poi verso i visitatori, di tutelare l’igiene pubblica, l’ordine sociale e civile e la bellezza dei sui monumenti storici e paesaggistici. Qualche settimana addietro un amministratore, avvicinandosi ad un gruppo di persone (c’ero anch’io), che in via Umberto primo stava protestando per quanto luridume si vedeva nella strada e di osceno si vedeva scritto sui muri, affermò orgogliosamente che, quando lui era responsabile, aveva tenuto pulito quella strada importante che va alla cattedrale, scopando personalmente in varie occasioni. Sono rimasta basita! Un amministratore, ovunque in Italia e altrove, non ramazza la sua strada ma si attiva amministrativamente affinché ci sia un buon aspetto decoroso dell’ornato di tutto il paese per rispetto dell’intera comunità. Non si confondano i ruoli: ci devono essere persone che decidono e risolvono i problemi giornalieri del paese e persone che si attivano manualmente alla risoluzione di questi problemi. È così la vita civile e vi prego di rispettarla!

ADELE FULCOLI

La nevicata del 1974 – in ricordo di un amico

Pubblicato da Donato Pepe il 11 marzo 2012


L’avevamo immaginato tante volte un viaggio ad Acerenza, io e Luigi.
A lui, caro amico di liceo, parlavo spesso del mio paese, della mia gente, delle sue tradizioni, delle particolari atmosfere dell’antico borgo, che nella moderna città non trovavo. Durante le passeggiate lungo le geometriche arterie cittadine gli confidavo della nostalgia delle strade storte, dei vicoli stretti, dei palazzi vecchi e, soprattutto, di quell’inconfondibile profumo di paese che riconosceresti ad occhi chiusi.
Poi nelle interminabili discussioni pomeridiane, tra un problema di matematica, una versione di latino ed un acceso confronto sui temi dell’attualità politica di allora, gli raccontavo del mondo della mia infanzia per lui quasi fiabesco, da me descritto con il cuore, incalzato com’ero dalla sua intelligenza e da una non comune e stimolante curiosità.
E tutto questo faceva crescere nell’amico la voglia di visitare il mio paesino. E finalmente giunse il momento!
Quell’anno, nell’ambito del programma di Disegno e Storia dell’Arte, noi studenti dovevamo produrre un elaborato su un monumento a nostra scelta. Io esposi al docente ed ai miei colleghi del gruppo di lavoro la possibilità di studiare un duomo molto antico ed importante, anche se a loro sconosciuto: la Cattedrale di Acerenza. Che all’epoca non era citata nei testi di storia dell’arte, se non in alcune particolari pubblicazioni. Il mio professore, però, si era imbattuto in questo “grande vecchio†ed accettò l’insolita proposta.
E così io e Luigi, dopo un’essenziale programmazione, partimmo per l’avventura. Sì, perché fu una vera avventura il nostro viaggio ad Acerenza!
Armati di macchina fotografica, cinepresa con super8, carta millimetrata e fettuccia metrica, in due giorni dovevamo completare tutti i rilievi tecnici previsti e rientrare a scuola.
Partimmo in treno nella mattina di un giorno di pieno inverno. Cambio a Foggia ed arrivo nel pomeriggio ad Avigliano Scalo. Breve attesa e finalmente salimmo sulla littorina della calabro-lucana diretta ad Acerenza.
Era freddo, molto freddo. Avevamo incontrato la neve già lungo il viaggio ed il cielo era cupo e carico di neve. Man mano che il trenino procedeva verso San Nicola, Pietragalla e Cancellara, dai finestrini appannati si scorgeva un paesaggio uniforme d’un bianco accecante. Nevicava e il mio amico era allo tempo stesso preoccupato ed eccitato da quella insolita e, per lui, già avventurosa situazione.
Arrivammo alla stazione di Acerenza e lì scendemmo in pochi. Il Capo Stazione ci informò che, causa neve e ghiaccio, l’autobus non era sceso dal paese e, quindi, non c’erano mezzi pubblici per arrivarci. Brutta notizia davvero!!
Per fortuna che tra i pochissimi compagni di viaggio c’era Emanuele Lapenna che, con la sua consueta disponibilità, ci invitò a salire sulla sua auto.
Si saliva a fatica, ma finalmente giungemmo all’ingresso del paese e ci fermammo ai “Pianiâ€. Nevicava a vento e tutto il centro abitato era completamente al buio, senza energia elettrica.
Dopo aver salutato Emanuele, proseguimmo a piedi nella semioscurità, con in mano i nostri bagagli. Avvolti da folate di vento e da una fitta neve, lentamente salimmo in paese senza quasi incontrare anima viva.
Il mio amico appariva frastornato: nel giro di poche ore era passato dalla rassicurante città al centro di una bufera, al buio, in un paese del profondo Sud a lui sconosciuto!
Passammo davanti alla mia scuola elementare che subito indicai all’amico e della quale tante volte avevo raccontato. Dopo una breve sosta dai miei nonni Canio e Lucia, ancora su verso la Porta di San Canio che, per la nevicata e l’oscurità, scorgemmo solo a pochi metri.
Infine l’ultimo strappo verso la chiesetta di San Vincenzo, con il vento che lì rinforzava, mentre la neve si infilava da ogni parte tappandoci gli occhi. Incoraggiai l’amico di “cordata†per un ultimo sforzo: subito dopo la curva, il Seminario e quindi casa mia!
Dalle abitazioni filtrava una fioca luce di candele accese, la stessa che a fatica vedemmo uscire dal balcone della casa paterna, insieme alla testa di mia sorella Pina che, in quell’ambiente ovattato, ci lanciò il suo saluto, finalmente sollevata nel vederci.
Ci scrollammo di dosso la neve ed invitai l’amico a riscaldarsi accostandosi alla grande stufa a legna della cucina, illuminati solo da alcune candele poggiate sui mobili.
Ed al lume di candela cenammo. E poi, spegnendole, io e Luigi tentammo di addormentarci. Ma lui era ancora eccitato per quello che stava vivendo, isolato dal mondo, al buio e con una bufera in corso. Proprio quello che tante volte gli avevo raccontato, parlandogli della mia infanzia!
Il giorno dopo ci risvegliò una limpida ma fredda giornata di sole ed accompagnati da mio nonno Canio eseguimmo il nostro lavoro in Cattedrale.
Ma in realtà non vedevamo l’ora di rientrare a scuola per raccontare a tutti quello che ci era capitato.
Grazie Luigi.

Dino Salese

Presentazione del libro: “Cantava l’anno” di Rocco di Bono

Pubblicato da Donato Pepe il 7 marzo 2012

“Cantava l’anno†di Rocco di Bono è sicuramente un libro interessante che farà discutere a lungo. Se n’è parlato ampiamente al liceo scientifico di Genzano di fronte ad un pubblico numeroso ed attento. All’apertura della manifestazione il Sindaco Pasquale Vertulli ha posto la questione se la musica leggera è in grado di fare la storia e, citando Adorno, ha espresso le sue perplessità al riguardo.
L’autorevolezza del filosofo e musicologo tedesco è fuori discussione. La scuola di Francoforte però non critica la musica leggera ma l’industria culturale che la gestisce. E’ il sistema industriale e capitalistico che tende a svilire la musica mettendo sul mercato sottoprodotti, allo scopo di addormentare la massa dando luogo alla disumanizzazione della società contemporanea.
Proprio contro questo appiattimento si leva alta la voce dei cantautori a partire Da Modugno con il suo esplosivo volare. L’Italia vuole lasciarsi alle spalle ogni supina acquiescenza. Dallara apre la strada agli urlatori che danno voce a quell’energia esplosiva che ha prodotto il boom economico e le profonde trasformazioni nei rapporti sociali, politici e culturali del nostro paese.
La Prof.ssa Amendola si chiedeva se il libro potesse essere considerato un saggio o un diario. Certamente la padronanza della materia trattata, lo scavo profondo della ricerca, gli ampi e rigorosi riferimenti alla musica internazionale legittimerebbero il riconoscimento delle caratteristiche del saggio, ma la scorrevolezza del testo, la limpida fluidità della lingua non fanno di “Cantava l’anno†un noioso testo specialistico d’élite. Si tratta di un libro denso di contenuti e pregnante di significati, ma fruibile da tutti. Né sarebbe corretto definirlo un diario. E’ noto come il diario abbia segnato l’avvio della narrativa moderna a partire da “Le avventure di Gulliver†o “Robinson Crusoe†ma qui non c’è un personaggio che racconta la sua esperienza se mai, come ha detto l’autore, questo libro ci invita ad un viaggio nel tempo accompagnati “dalla colonna sonora†delle canzoni che abbiamo cantato e con le quali abbiamo espresso i nostri sentimenti, gridato le nostre vittorie e pianto le nostre sconfitte.
Una colonna sonora che ha interessato tre generazioni. Quella dei nostri padri che ci hanno seguito con trepidazione e talvolta con sgomento, la nostra che ci ha visti attori di cinquant’anni di storia, e dei nostri figli che talvolta ci hanno ammirati, talvolta non ci hanno capiti. Rocco di Bono auspica che i giovani si lascino illuminare dalle passioni e dalla musica.
E’ una bella prospettiva, anche se, alla luce delle difficoltà presenti, si può ragionevolmente pensare che il loro grido non sarà una ninna nanna per conciliare il sonno nè una musica scacciapensieri. L’anno scorso a Sanremo fu proprio la denuncia di Adorno, tradotta in musica da Roberto Vecchioni, ad essere riconosciuta come colonna sonora della sensibilità italiana:
…
per chi a vent’anni se ne sta a morire
in un deserto come in un porcile
e per tutti i ragazzi e le ragazze
che difendono un libro, un libro vero,
così belli a gridare nelle piazze
perché stanno uccidendoci il pensiero

Il professore, come lo amava definire il grande Lucio Dalla, apriva la porta alla speranza con un preciso impegno:

che questa maledetta notte
dovrà pur finire,
perché la riempiremo noi da qui di musica e parole.

E’ davvero straordinario come un anno dopo sullo stesso palco una giovanissima cantante veniva riconosciuta come portavoce della sensibilità nazionale con un grido straziante di dolore anche questa volta temperato dalla speranza. La speranza fa leva sulla forza di un umanesimo che è capace di imporre le sue ragioni sul non senso dell’asservimento dell’uomo in nome delle regole del mercato. Sono i ragazzi di Vecchioni che gridano nelle piazze perché stanno uccidendo il nostro pensiero. Sarà tutta un’altra musica la colonna sonora che accompagnerà l’impegno dei nostri giovani.

Conversazioni letterarie nella Galleria Civica Porta Coeli

Pubblicato da Donato Pepe il 27 febbraio 2012

Nella sala dell’Arte Contemporanea della Galleria Civica Porta Coeli di Acerenza è stato attivato, sotto la guida di Mario Ciola, il laboratorio: “Strategie Narrative – Conversazioni e riflessioni letterarieâ€.
Il 28 gennaio ha avuto luogo il primo incontro sul tema: “A. Manzoni: Le dinamiche del pentimento da frà Cristoforo all’Innominato†.
L’11 febbraio ha avuto luogo il secondo incontro sul tema: “R.Carver: Il minimalismo, ovvero la sottrazione ed il troncamentoâ€.
Il 25 febbraio si è tenuto il terzo incontro sul tema: “G. Leopardi: La tecnica della mistificazione nei grandi idilli.

Le prime tre serate hanno decretato il pieno successo dell’iniziativa. La sala è stata sempre gremita di un pubblico attento e interessato proveniente dai comuni contermini che non si è lasciato intimidire dal cattivo tempo né dalla precarietà delle nostre strade.
Mario Ciola ha condotto la conversazione con brio, con un linguaggio molto fluido, coinvolgente ma soprattutto con rara competenza e chiarezza. Nel primo incontro abbiamo assistito alla nascita del romanzo storico dopo gli esperimenti inglesi scritti sotto forma di diario, Robinson Crusoe di Daniel Defoe nel 1719 e I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift del 1726.
Manzoni recupera dalla tragedia greca la funzione narrante del coro e la inserisce come voce fuori campo per partecipare al lettore le emozioni di Lucia nel famoso brano “Addio ai monti†e più in generale la trama dell’intero racconto. Con i Promessi Sposi Manzoni inserisce nella tradizione italiana il romanzo storico ma soprattutto crea una nuova lingua letteraria nazional popolare in Italia. Interessante poi è l’impianto scenografico che Manzoni crea utilizzando i personaggi minori per costruire un complessa trama di relazioni fatta di microstorie dallla quale emergeranno i personaggi principali che apriranno lo scenario di una macrostoria nella quale andrà in scena la titanica lotta tra il fascino morboso del peccato e lo slancio di liberazione e di mistica elevazione a Dio che si realizza nelle dinamiche del pentimento e del perdono.
L’11 febbraio ha avuto luogo il secondo incontro su: “R. Carver: il minimalismo, ovvero la sottrazione e il troncamentoâ€. Il minimalismo è una tendenza culturale che a partire dagli anni sessanta ha interessato tutta la cultura contemporanea dalle lettere alla arti figurative, dalla musica alla filosofia fino segnare profondamente la moda e lo stile di vita nel quotidiano. Carwer non si riconosce nel minimalismo e tuttavia la sua scrittura attua la strategia della riduzione e del troncamento per coinvolgere il lettore a partecipare nella costruzione del racconto. Egli apre degli scenari all’interno dei quali si libererà la immaginazione del lettore per espandere ciò che l’autore ha ridotto e per dare continuità a ciò che l’autore ha troncato. La lettura del racconto “La limonata†consentirà a Mario Ciola di analizzare nel dettaglio le strategie narrative di Carver e di evidenziare le suggestive potenzialità creative del lettore che può inserirsi nelle maglie larghe della narrazione minimalista di Carver.
Il 24 marzo poi si è parlato della tecnica della mistificazione nei grandi idilli del Leopardi. Il poeta di Recanati sceglie un componimento poetico agreste, pastorale che gli permette di mettere in evidenza gli aspetti più luminosi e suggestivi della natura al fine di creare nel lettore un atteggiamento di sereno equilibrio, ed un’attesa di pace, di tranquilla felicità, per poi gelarlo con la confessione del suo dolore e prima ancora che il lettore possa reagire con un atteggiamento di compassione lo coinvolge in una dimensione di sofferenza che si allarga alla dimensione cosmica, universale.

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