Spinoso in scena al teatro Stabile di Potenza.
Ama ritruĂ a via vecchie … Nun ama scurdĂ ravè a memoria … e ravè fiducia ra parola antica. … Ripigliami a vie.
In queste poche battute in dialetto spinosese la sintesi di questo eccellente spettacolo messo in scena dalla Compagnia Teatro Popolare “Don Egidio Guerriero” di Spinoso per la regia di Mario Labanca.
Lo spettacolo si snoda su un duplice binario, la memoria della gente semplice, fatta di nostalgia, di ricordi di vita vissuta nei vicoli e nelle case dei nostri paesi, e quella codificata nella grande storia, fatta di guerre, di tensioni sociali, di enunciati ampollosi e programmi politici altisonanti, una storia che non conosce la povera gente, non conosce le esperienze di vita dei tanti Antonio, Nicola, Maria, che si sono avvicendati nel tempo ad animare le case e vicoli dei nostri paesi.
Nella finzione scenica queste storie si incontrano e c’è un tentativo di dialogo fra loro. Un momento di alto lirismo si ha quando i paesani scoprono che il loro dialetto è inidoneo a dialogare con la storia e fanno un grande e improduttivo sforzo per usare la lingua ufficiale di questa entitĂ a loro sconosciuta che non muove la bocca quando parla. E’ lo stupore di una anima fortemente ancorata alla vita, centrata sulla oralitĂ e sulla essenzialitĂ della parola nell’impatto con la civiltĂ dei linguaggi formali che non parlano d’amore nè della fatica del vivere ma dei contorti ed incomprensibili percorsi di morte, guerre, attentati, e che riescono ad assaporare e condividere una gioia esplosiva ma insipida solo dopo una partita di calcio che ci laurea campioni del mondo.
Antonio è severo con questo tipo diciviltà . Non importa che la memoria dei poveri sia amara e sia stata da sempre caratterizzata dalla fame, un tempo fame di pane che nei campi si condiva di erbe amare. Ora però si sperimenta un nuovo profondo bisogno, una fame di identità , fame di certezze perchè nel cammino della vita si deve sempre sapere ciò che non si deve fare e ciò che non si può fare. Ora la sofferenza si fa lancinante nella solitudine dei centri storici abbandonati, fame di presenze perchè i nostri giovani abbalucinati dalle luci dei fantasmagorici scenari delle metropoli lasciano le nostre comunità alla ricerca di illusori paradisi nei quali poi spesso intristiscono e si disorientano.
E allora questo è l’accorato appello: “Riprendiamo la strada”. Basta seguire l’antico sentiero, percorrere fino in fondo gli itinerari della memoria ed avere fiducia nella parola colta sulla bocca di persone autentiche, lasciarsi trasportare dal ritmo di un ballo e di un antico canto.
Sarebbe interessante conoscere da vicino questa compagnia che si muove in maniera egregia anche e soprattutto fuori scena. Capita spesso l’intreccio sul palco di nonni, padri, mamme, figli e nipoti che ritrovano nella recitazione un’unica comunione di intenti. E lo fanno nella consapevolezza che solo lavorando con le nuove generazioni si può avere una giusta consapevolezza del passato come presupposto per la costruzione di un futuro migliore.























