Il nibbio, uno dei più antichi elementi che caratterizzano l’identità di Acerenza.

Pubblicato da Donato Pepe il 7 settembre 2011


Orazio vide l’antica Acheruntia elevata come un nido d’aquila. Evidentemente era rimasto affascinato dal volo maestoso dei rapaci che allora come oggi solcano il cielo di Acerenza.
Il nibbio, la roccia, le poderose secolari querce, i cosiddetti alberi padre, richiamano l’antichissimo mito cosmognotico dei popoli del Nord Europa che passarono di qui lasciando tracce indelebili della loro civiltà e del loro immaginario.
La nostra poderosa quercia secolare, come il loro frassino affonda le sue radici nelle viscere della terra fino a raggiungere l’acqua del fiume dei morti. L’etimo del toponimo “Acheruntia” (poi “Acerenza”) richiama la radice greca Axeron talchè, secondo Fenelon, Telemaco sarebbe entrato in una caverna alle pendici di Acerenza per accedere al regno dei morti alla ricerca del padre. I poderosi rami della quercia reggono il cielo. Ai suoi piedi striscia il serpente che rappresenta il male mentre sui rami più alti nidifica il Nibbio che, come l’aquila dei rilievi nordici, è in eterna lotta con il serpente.
Così l’antica Acheruntia era terra sacra, vi si ergeva il tempio dedicato ad Ercole Acherontino, il mitico eroe la cui umanità si eleva a tale mitica forza da attingere alla divinità. Tema ricorrente infatti nella cultura classica era l’elevazione della forza e del valore dell’uomo che osa sfidare gli inferi, il fiume dei morti, per risalire in alto fino all’Olimpo degli dei.
Anche la nuova Acerenza è terra sacra, da quando nell’alto medioevo, a segnare la definitiva vittoria della rivoluzione cluniacense l’abate Arnaldo, proveniente da Cluny, eresse qui la maestosa Cattedrale dedicata all’Assunta.
La Vergine Maria infatti, evocata nell’immagine dell’aquila dei miti del Nord Europa, schiaccia il capo al serpente e rappresenta la definitiva vittoria del Bene sul Male.

Così il volo del nibbio sui cieli di Acerenza ci appare elemento di cerniera tra la spiritualità moderna ed i miti della sacralità antica, tra i popoli del Mediterraneo con la loro cultura che affonda le radici nella cultura classica greco-romana ed i popoli del nord Europa che lasciarono qui tracce indelebili della loro cultura e del loro immaginario.

Ringrazio Giuseppe Lo Russo per le foto che documentano la presenza del nibbio e il suo habitat sul nostro territorio. Si noti in particolare il biancone altrimenti detta aquila dei serpenti fotografata sulla diga nel 2007, lo stesso rapace è stato più volte avvistato anche recentemente.

Per gli amanti della fauna avicola riportiamo alcune immagini di altre specie fotografate sul nostro territorio.

IL SILENZIO DELLA FEDE: NATALE 2010

Pubblicato da Donato Pepe il 30 dicembre 2010

Anche quest’anno i mesi sono corsi via veloci e ci hanno portati a Dicembre. Di solito l’inverno porta un senso di solitudine, di silenzio, di meditazione. Il freddo, la neve, le feste. Questo il trinomio che compare nella maggior parte delle persone quando si pensa all’inverno. Ad Acerenza il clima ci immerge in questa stagione sin dalla fine di ottobre, facendoci sognare con i primi fiocchi di neve, inducendoci ad indossare i primi cappotti, inculcandoci la magia dell’attesa del “grande giornoâ€. Giorno che per ogni cristiano ha in sé la semplicità della creazione, la dolcezza del nascere e del vivere, la naturalezza di amare e di soffrire.
E Natale 2010 è arrivato. Questa volta però non ha portato con sé il bianco candido della neve ma un freddo gelido che ha suggerito ad ognuno di rifugiarsi nel calore del camino e della famiglia.
È inutile negare che quando si parla di Natale ogni bimbo pensa all’albero, ai regali, alla gioia. In Italia il consumismo delle feste dilaga, si estende sempre più. È come se cercasse di rendere stupendi giorni in cui lo stupore più grande è la Rivelazione del divino al mondo. Non c’è abbellimento, decorazione, dolce tipico o piatti prelibati che tengano. Natale è mesta preghiera, attenta contemplazione, è gioia celata e manifestata per Colui che si fa dono per l’intera umanità. Si abbattono così le barriere dell’indifferenza e del disincanto, ci si riscopre esseri umani, tutti indistintamente provenienti dallo stesso luogo e anelanti alla stessa meta. Eppure nella vita non esiste destinazione ed è giusto che sia così. Quel che conta è il viaggio. Il Natale acheruntino è trascorso silenzioso, inesorabilmente lento e veloce al tempo stesso. La Cattedrale, illuminata da una luce nuova, bianca, inattesa, si stagliava maestosa a richiedere contemplazione, a tracciare un sentiero che partiva da essa e ad essa ritornava. Sentiero che però, conduceva a Dio, manifestato e presente non solo nel mesto incanto dell’altare maggiore della nostra Basilica ma anche nell’uomo che pietra dopo pietra ha messo su un inno al Sommo fattore di tutte le cose. L’uomo, tramite il divino, ha creato arte per sempre. Perché non esiste cielo di ieri, cielo di oggi o cielo di domani ma solo quello sotto il quale ricordare il passato, vivere il presente, sperare nel futuro e costruire sani principi.

Merisabell Calitri

I CAUZUNGIDD – Un gustoso invito di Michele Di Pietro

Pubblicato da Donato Pepe il 23 novembre 2010


I cauzungidd! Provate a mantenere il vostro impegno con la dieta di fronte a questa specialità della nostra cucina.

Però uno solo che mi fa? Poi magari ti fai un piccolo giro di tavolo e ritorni. Ma sì solo un altro.

E così uno tira l’altro, fermarsi diventa un problema!!!

Dopo quest’assaggio non possiamo che ringraziare Michele. Anche perchè in fotografia i cauzuncidd ci fanno venire l’acquolina in bocca, ma non ci appesantiscono. E tuttavia se vi capita un bel piatto di cunzungidd non fatevi troppi scrupoli sono buonissimi e anche leggeri!

Quando ad Acerenza risuonava l’antica ora italica

Pubblicato da Donato Pepe il 8 luglio 2010

Chi visita il Museo Diocesano di Acerenza, situato nel contesto del castello longobardo può, voltando l’angolo di Via Giacino Albini, osservare l’antica torretta angolare in cui è incastonato un quadrante di orologio in pietra bianca, dai più ritenuto una meridiana.
Il curioso quadrante riporta incisi, ad indicare le ore, solo sei numeri romani: la VI ora in alto e sei gigli ad indicare le mezze ore.
La lancetta, ormai perduta, era unica ed effettuava quattro giri in un giorno.

Non si tratta di una meridiana ma di un orologio meccanico con quadrante “alla romana†segnante l’ora italica.
L’orologio conserva al suo interno l’antico meccanismo composto da una gabbia, tre treni di ruote, alberi e pignoni ancora ben allineati al quadrante. Perfettamente conservata è la ruota partitoria che, con le sue tacche, governava il suono delle campane.
Un tempo il meccanismo funzionava grazie ad un sistema di corde e contrappesi ed occorrevano due cariche manuali al giorno per attivarlo.
Questo tipo di orologio da torretta fu inventato a Roma verso la metà del ‘600 e si sviluppò soprattutto nel Lazio e nelle regioni circostanti. Aveva la funzione di indicare con il suono delle campane le antiche ore italiche che prevedevano la numerazione romana da I a XXIV. La presenza di 24 numeri rendeva difficile la lettura delle ore e numerosi i rintocchi. Dividendo invece il quadrante in sole 6 ore, l’ampiezza tra i numeri si allargava di 60 gradi, quindi l’unica lancetta poteva indicare perfettamente le ore anche a distanza, e la suoneria poteva ridurre il numero dei rintocchi. Il sistema delle sei ore permise inoltre di ridurre l’usura delle campane continuamente percosse dal maglio.
Questi orologi erano destinati ad uso civile o ecclesiastico. In ambito civile segnavano l’apertura e la chiusura della porta delle città segnalando ai contadini che era ora di rientrare dai campi. L’uso religioso era più articolato. Il passaggio della lancetta dalla III alla VI ora e viceversa cadenzava il ritmo delle preghiere che si recitavano ogni tre ore: Il Mattutino alle 3 del mattino, l’ora prima alle 6 del mattino, l’ora terza alle 9 antimeridiane, l’Ora Sesta a mezzogiorno, l’Ora Nona alle tre pomeridiane, i Vespri alle 6 pomeridiane, la Compieta alle 9 della sera. Si pregava quindi ogni volta che la lancetta era rivolta verso l’alto o verso il basso.
Con l’invasione delle truppe napoleoniche nel territorio italiano fu introdotto un sistema di suddivisione della giornata in due intervalli di dodici ore (ore alla francese), sistema poi adottato in tutta Europa. Pertanto lo Stato Pontificio, con una bolla papale di Pio IX, nel 1846 adottò il nuovo sistema di numerazione delle ore abolendo questi orologi.
Angelo Schiavone

La Lucana della porta accanto…

Pubblicato da Alberico Anobile il 19 giugno 2010

Solare,allegra,disponibile: un’intrattenitrice perfetta.
Ecco come si è presentata Arisa,la giovane originale cantante lucana vincitrice della categoria “Nuove Proposte” del 59° Festival di Sanremo, al numeroso pubblico Acheruntino nell’ambito delle festività dedicate a Sant’Antonio di Padova.
Due ore intense di spettacolo nelle quali si sono susseguiti brani con chiare atmosfere jazz,swing,romantiche ed anche un pizzico di reggae.
Un forte richiamo alla musica di altri tempi,con la volontà di mixare passato e presente.
L’artista lucana ha voluta omaggiare due stelle della musica italiana Mina e Modugno con due classici conosciuti in tutto il mondo “Se telefonando” e “L’uomo in frack”.
Tra un cambio d’abito e l’altro Arisa,che ribadisce sempre d’esser rimasta la stessa Rosalba,ha divertito il pubblico con i suoi grandi successi e tormentoni,tre su tutti “Sincerità”,”Malamorenò” e “Pace” ed ovviamente tutti gli altri brani tratti dai suoi due album dove si evince una particolare cura nello scrivere i testi.
Un plauso va agli organizzatori della serata, il Comitato Feste Religiose di Acerenza, che anche questa volta non ha deluso le aspettative del popolo Acheruntino.
L’ultima canzone “Buona notte” è stata dedicata ad una amica,una sorella,una figlia scomparsa ormai 17 anni fa nel sottotetto di una canonica.
Chi pensava di dover ascoltare solo canzonette si sbagliava.

Antonella D’Andria

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