Trascrivo quanto riportato nel volume:
I BORBONI di NAPOLI per Alessandro Dumas – vol VI – Napoli – Stabilimento Tipografico del Plebiscito Chiaia 63 – anno 1863 – pagg. 155-158.
Michele Di Pietro

…Vi era ad Acerenza nella Basilicata un vecchio chiamato Rocco Sileo. Egli aveva raggiunto l’età di 66 anni, stimato da tutti i suoi concittadini che non avevano niente altro da rimproverargli che una troppo grande debolezza verso il suo primogenito, il quale, pel suo naturale corrotto, e le sue inclinazioni perverse, avrebbe dovuto, da lungo tempo, essere abbandonato da suo padre al suo cattivo destino. Ma egli, invece, sempre pronto a coprire, a via di danaro, i disordini di suo figlio, lo trasse due o tre volte, spendendo la più gran parte del suo avere, dalle mani de’ Giudici che, se fosse stato povero, l’avrebbero con¬dannato a morte, o almeno alla galera, ma sotto i due Principi francesi i codici essendo stati cambiali, e grandi riforme essendo state introdotte nella giustizia, non si poté, continuando il giovane ne’ suoi eccessi, ottenere un ordinanza di non costa in un affare per cui c’ era pena la morte. Per la prima volta l’affare fu proseguito dunque e il giovane Sileo trovato colpevole, fu condannato alla pena capitale (1809). La sentenza portava inoltre, come se si fosse voluto punire, il padre della sua debolezza verso suo figlio, che la giustizia sarebbe eseguita innanzi alla casa paterna. Il condannato ricorse in Cassazione.
Sileo il padre aveva preveduto la condanna, e, dopo aver fatto a Napoli presso tutte le autorità infruttuose istanze, avea lasciato il suo secondo figlio nella capitale perché gli facesse conoscere subito, qualunque fosse, la sentenza della Corte di Cassazione.
Questa dichiarò il giudizio e buono e valido. Il secondo figlio di Sileo partì subito in posta, venne ad annunziare la notizia a suo padre. Tre giorni dopo l’intimazione della sentenza il colpevole doveva essere giustiziato.
Il corriere era arrivato prima che la notizia della sentenza fosse giunta alle autorità d’Acerenza. Il vecchio raccomandò a suo figlio di mantenere il più assoluto silenzio, poi andando alla prigione, ottenne dal Custode a forza di danaro che gli accordasse il favore di pranzare con suo figlio quel giorno stesso, o al più tardi, l’indomani.
Il custode avea bisogno d’un po’di tempo per fare i suoi preparativi; e fu deciso che il pranzo avrebbe luogo l’ indomani.
II padre si presentò alla prigione all’ora stabilita; fu introdotto presso suo figlio. Per le cure del Custode era stata apparecchiata una tavola, ed il pranzo seguì senza mestizia né allegria; il figlio ignorava che quel pranzo era per lui ciò che era pe’ condannati dell’ antichità il pranzo libero.
Alle frutta il vecchio Sileo disse a suo figlio:ora guardami, ed ascoltami.
II tono con cui queste parole furono pronunciate fè transalire il giovane. Egli guardò suo padre, il volto del vecchio era grave e solenne.
-Vi ascolto, padre mio, gli disse.
- Figlio, continuò il vecchio Sileo, la Corte ha respinto il nostro ricorso, domani questa decisione sarà conosciuta, e dopodomani sarai giustiziato, e dove? Qui nel tuo paese, innanzi alla casa ove sei nato. Tutti i beni che m’era acquistati con le mie fatiche sono stati divorati da te. Mi rimaneva una vigna, ultima risorsa contro la povertà l’ho venduta, ora è un mese: ed il ricavato è stato speso in passi iinutilmente fatti, per salvarti. Dunque eccoci poveri per fatto tuo, io, tua madre, i tuoi due fratelli, le tue tre sorelle. Avendoci già renduti poveri ci renderai tu anche infami aspettando che tu muoja per mano del carnefice? Io spero di no.
Se hai pietà della tua famiglia, e di te stesso, prendi questo veleno e bevilo, tu morrai allora con la benedizione di tuo padre, malgrado il male che gli hai fatto. Se il coraggio ti manca, io t’abbandono maledicendoti.
Ecco il veleno, e gli presentò una bottigliuzza che conteneva un liquore giallastro.
Il giovane era rimasto muto di terrore nell’ ascoltare suo padre; ma quando egli ebbe finito,
- date, disse, con una voce soffocata.
Poi, senza esitare, versò il contenuto della bottigliuzza in un bicchiere, baciò la mano del vecchio, mormorò la parola grazie, e vuotò il bicchiere senza distogliere gli occhi da quelli di suo padre.
Si lasciò quindi cadere in ginocchio dinnanzi a lui. Il vecchio posegli la mano sulla testa, con l’altra fece tre volte il segno della croce, ed uscì.
Allorché entrò il custode, il prigioniero era morto.
Si seppe contemporaneamente la conferma della sentenza, e la morte del giovane Sileo.
Il custode raccontò tutto ciò che poteva indovinare dell’avvenimento ed il vecchio fu arrestato come prevenuto d’avere ucciso suo figlio.
Fu facile il riconoscere la verità , poiché II vecchio raccontò tutto; e siccome aveva realmente, di sua volontà , e con premeditazione, cagionato la morte di suo figlio, egli fu condannalo alla pena capitale. Solamente pronunziata la sentenza, la legge esitò. Infatti agli occhi della legge vi era delitto, mentre a quelli della morale non c’è n’era nessuno. Murat, innanzi al quale fu portato l’affare, dichiarò che non v’era luogo a’ far grazia per un delitto che fruttava al suo autore la pubblica ammirazione, e che pareva risalisse ad una di quelle azioni fatte da un Greco del tempo di Licurgo o da un Romano del tempo di Regolo. Egli ordinò dunque che il vecchio fosse posto in libertà lasciando a Dio la cura di giudicare un’azione che sfuggiva al giudizio degli uomini…
Rocco Sileo, tornato in libertà , visse povero, afflitto ed onoratissimo.
Quest’episodio fu riportato in diversi testi stranieri:
- inglesi: nel libro THE KINGDOM OF NAPLES – vol. II – Edinburgh – 1858 – pagg. 139-140;
-francesi: nel libro HISTOIRE DE NAPLES – vol.III -1734-1825 – Paris – 1840 – pagg. 196-199;
-tedeschi: nel libro GESCHICHTE DES KONIGREICHS NEAPEL –Grimma 1848 – pagg.108-111

Di questa triste storia ne parlò, in versi, anche Ferrucci Luigi Crisostomo (1797-1877), studioso dantesco e scrittore di ogni genere di poesia – nella sua opera “ SCALA DI VITA – MEMORIALE – Firenze – 1852 – pagg. 141-142