Il casale di San Martino de pauperibus di Forenza

Pubblicato da Donato Pepe il 16 gennaio 2011

Sabato 29 gennaio alle ore 10,00 presso la sala consiliare del comune di Forenza avrà luogo il convegno: “Territori e insediamenti templari – Il casale di San Martino de pauperibus di Forenza.
Si riporta qui di seguito il programma.

Benvenuto del Sindaco di Forenza
Francesco Mastrandrea

Introduce e coordina
Antonella Pellettieri, Direttore IBAM – CNR

Templar and Hospitaller Houses in Western Europe- An Archaeological Comparison
Christer Carlsson, University of Southern Danimark

I Templari in Basilicata e le ricognizioni archeologiche nel territorio di Forenza
Antonella Pellettieri, Dimitris Roubis, Francesca Sogliani, IBAM -CNR

L’emblematica delle croci templari
Luigi Borgia, Accademia Internazionale di Araldica

Templaristica e Templarismo
Pierfelice degli Uberti, Presidente International Commission for Orders of Chivalry

Dai risultati della ricerca al Mercato: il ruolo di Basilicata Innovazione
Basilicata Innovazione

La triste storia di SILEO Rocco di Acerenza nel periodo borbonico

Pubblicato da Donato Pepe il 29 ottobre 2010

Trascrivo quanto riportato nel volume:
I BORBONI di NAPOLI per Alessandro Dumas – vol VI – Napoli – Stabilimento Tipografico del Plebiscito Chiaia 63 – anno 1863 – pagg. 155-158.
Michele Di Pietro

…Vi era ad Acerenza nella Basilicata un vecchio chiamato Rocco Sileo. Egli aveva raggiunto l’età di 66 anni, stimato da tutti i suoi concittadini che non avevano niente altro da rimproverargli che una troppo grande debolezza verso il suo primogenito, il quale, pel suo naturale corrotto, e le sue inclinazioni perverse, avrebbe dovuto, da lungo tempo, essere abbandonato da suo padre al suo cattivo destino. Ma egli, invece, sempre pronto a coprire, a via di danaro, i disordini di suo figlio, lo trasse due o tre volte, spendendo la più gran parte del suo avere, dalle mani de’ Giudici che, se fosse stato povero, l’avrebbero con¬dannato a morte, o almeno alla galera, ma sotto i due Principi francesi i codici essendo stati cambiali, e grandi riforme essendo state introdotte nella giustizia, non si poté, continuando il giovane ne’ suoi eccessi, ottenere un ordinanza di non costa in un affare per cui c’ era pena la morte. Per la prima volta l’affare fu proseguito dunque e il giovane Sileo trovato colpevole, fu condannato alla pena capitale (1809). La sentenza portava inoltre, come se si fosse voluto punire, il padre della sua debolezza verso suo figlio, che la giustizia sarebbe eseguita innanzi alla casa paterna. Il condannato ricorse in Cassazione.
Sileo il padre aveva preveduto la condanna, e, dopo aver fatto a Napoli presso tutte le autorità infruttuose istanze, avea lasciato il suo secondo figlio nella capitale perché gli facesse conoscere subito, qualunque fosse, la sentenza della Corte di Cassazione.
Questa dichiarò il giudizio e buono e valido. Il secondo figlio di Sileo partì subito in posta, venne ad annunziare la notizia a suo padre. Tre giorni dopo l’intimazione della sentenza il colpevole doveva essere giustiziato.
Il corriere era arrivato prima che la notizia della sentenza fosse giunta alle autorità d’Acerenza. Il vecchio raccomandò a suo figlio di mantenere il più assoluto silenzio, poi andando alla prigione, ottenne dal Custode a forza di danaro che gli accordasse il favore di pranzare con suo figlio quel giorno stesso, o al più tardi, l’indomani.
Il custode avea bisogno d’un po’di tempo per fare i suoi preparativi; e fu deciso che il pranzo avrebbe luogo l’ indomani.
II padre si presentò alla prigione all’ora stabilita; fu introdotto presso suo figlio. Per le cure del Custode era stata apparecchiata una tavola, ed il pranzo seguì senza mestizia né allegria; il figlio ignorava che quel pranzo era per lui ciò che era pe’ condannati dell’ antichità il pranzo libero.
Alle frutta il vecchio Sileo disse a suo figlio:ora guardami, ed ascoltami.
II tono con cui queste parole furono pronunciate fè transalire il giovane. Egli guardò suo padre, il volto del vecchio era grave e solenne.
-Vi ascolto, padre mio, gli disse.
- Figlio, continuò il vecchio Sileo, la Corte ha respinto il nostro ricorso, domani questa decisione sarà conosciuta, e dopodomani sarai giustiziato, e dove? Qui nel tuo paese, innanzi alla casa ove sei nato. Tutti i beni che m’era acquistati con le mie fatiche sono stati divorati da te. Mi rimaneva una vigna, ultima risorsa contro la povertà l’ho venduta, ora è un mese: ed il ricavato è stato speso in passi iinutilmente fatti, per salvarti. Dunque eccoci poveri per fatto tuo, io, tua madre, i tuoi due fratelli, le tue tre sorelle. Avendoci già renduti poveri ci renderai tu anche infami aspettando che tu muoja per mano del carnefice? Io spero di no.
Se hai pietà della tua famiglia, e di te stesso, prendi questo veleno e bevilo, tu morrai allora con la benedizione di tuo padre, malgrado il male che gli hai fatto. Se il coraggio ti manca, io t’abbandono maledicendoti.
Ecco il veleno,
e gli presentò una bottigliuzza che conteneva un liquore giallastro.
Il giovane era rimasto muto di terrore nell’ ascoltare suo padre; ma quando egli ebbe finito,
- date, disse, con una voce soffocata.
Poi, senza esitare, versò il contenuto della bottigliuzza in un bicchiere, baciò la mano del vecchio, mormorò la parola grazie, e vuotò il bicchiere senza distogliere gli occhi da quelli di suo padre.
Si lasciò quindi cadere in ginocchio dinnanzi a lui. Il vecchio posegli la mano sulla testa, con l’altra fece tre volte il segno della croce, ed uscì.
Allorché entrò il custode, il prigioniero era morto.
Si seppe contemporaneamente la conferma della sentenza, e la morte del giovane Sileo.
Il custode raccontò tutto ciò che poteva indovinare dell’avvenimento ed il vecchio fu arrestato come prevenuto d’avere ucciso suo figlio.
Fu facile il riconoscere la verità, poiché II vecchio raccontò tutto; e siccome aveva realmente, di sua volontà, e con premeditazione, cagionato la morte di suo figlio, egli fu condannalo alla pena capitale. Solamente pronunziata la sentenza, la legge esitò. Infatti agli occhi della legge vi era delitto, mentre a quelli della morale non c’è n’era nessuno. Murat, innanzi al quale fu portato l’affare, dichiarò che non v’era luogo a’ far grazia per un delitto che fruttava al suo autore la pubblica ammirazione, e che pareva risalisse ad una di quelle azioni fatte da un Greco del tempo di Licurgo o da un Romano del tempo di Regolo. Egli ordinò dunque che il vecchio fosse posto in libertà lasciando a Dio la cura di giudicare un’azione che sfuggiva al giudizio degli uomini…
Rocco Sileo, tornato in libertà, visse povero, afflitto ed onoratissimo.

Quest’episodio fu riportato in diversi testi stranieri:
- inglesi: nel libro THE KINGDOM OF NAPLES – vol. II – Edinburgh – 1858 – pagg. 139-140;
-francesi: nel libro HISTOIRE DE NAPLES – vol.III -1734-1825 – Paris – 1840 – pagg. 196-199;
-tedeschi: nel libro GESCHICHTE DES KONIGREICHS NEAPEL –Grimma 1848 – pagg.108-111

Di questa triste storia ne parlò, in versi, anche Ferrucci Luigi Crisostomo (1797-1877), studioso dantesco e scrittore di ogni genere di poesia – nella sua opera “ SCALA DI VITA – MEMORIALE – Firenze – 1852 – pagg. 141-142

Un duca di Acerenza tra l’”Accademia degli oziozi”

Pubblicato da Donato Pepe il 18 ottobre 2010


Nella sezione Wiki del nostro portale è stato pubblicato un nuovo interessante contributo del dott. Angelo Schiavone il quale partendo da questa pietra, che egli ha fotografato presso la porta San Canio, ha sviluppato una indagine storica di grande interesse.

Su questa epigrafe ha riconosciuto lo stemma di Galeazzo Francesco Pinelli duca di Acerenza. Si è quindi recato a Giugliano in Campania dove, nella cripta del Convento di Santa Maria delle Grazie, ha fotografato un affresco in cui il duca è rappresentatto insieme alla moglie Giustina Pignatelli.

Galeazzo era un personaggio di primissimo piano della nobiltà napoletana, faceva parte della “Accademia degli oziosi”, era mecenate di artisti e letterati ed aveva possedimenti a Galatone in Puglia e a Giugliano in Campania, ma prediligeva il titolo di Duca di Acerenza.

Per raccogliere puntuali informazioni il dott. Schiavone ha mobilitato anche i suoi amici come il Dott. Emanuele Coppola (Capo servizio stampa e Direttore della biblioteca comunale di Giugliano) ed il Prof. Francesco Saverio Iacolare, docente di storia e filosofia nonchè giornalista. A tutti e tre giunga il nostro più vivo ringraziamento per questa nuova pagina inedita che si aggiunge alla nostra storia.

Sarebbe utile adesso che noi facessimo una ricerca nei nostri archivi per rilevare le opere che furono realizzate agli albori del XVII secolo sotto il ducato di Galeazzo Pinelli.

Quando ad Acerenza risuonava l’antica ora italica

Pubblicato da Donato Pepe il 8 luglio 2010

Chi visita il Museo Diocesano di Acerenza, situato nel contesto del castello longobardo può, voltando l’angolo di Via Giacino Albini, osservare l’antica torretta angolare in cui è incastonato un quadrante di orologio in pietra bianca, dai più ritenuto una meridiana.
Il curioso quadrante riporta incisi, ad indicare le ore, solo sei numeri romani: la VI ora in alto e sei gigli ad indicare le mezze ore.
La lancetta, ormai perduta, era unica ed effettuava quattro giri in un giorno.

Non si tratta di una meridiana ma di un orologio meccanico con quadrante “alla romana†segnante l’ora italica.
L’orologio conserva al suo interno l’antico meccanismo composto da una gabbia, tre treni di ruote, alberi e pignoni ancora ben allineati al quadrante. Perfettamente conservata è la ruota partitoria che, con le sue tacche, governava il suono delle campane.
Un tempo il meccanismo funzionava grazie ad un sistema di corde e contrappesi ed occorrevano due cariche manuali al giorno per attivarlo.
Questo tipo di orologio da torretta fu inventato a Roma verso la metà del ‘600 e si sviluppò soprattutto nel Lazio e nelle regioni circostanti. Aveva la funzione di indicare con il suono delle campane le antiche ore italiche che prevedevano la numerazione romana da I a XXIV. La presenza di 24 numeri rendeva difficile la lettura delle ore e numerosi i rintocchi. Dividendo invece il quadrante in sole 6 ore, l’ampiezza tra i numeri si allargava di 60 gradi, quindi l’unica lancetta poteva indicare perfettamente le ore anche a distanza, e la suoneria poteva ridurre il numero dei rintocchi. Il sistema delle sei ore permise inoltre di ridurre l’usura delle campane continuamente percosse dal maglio.
Questi orologi erano destinati ad uso civile o ecclesiastico. In ambito civile segnavano l’apertura e la chiusura della porta delle città segnalando ai contadini che era ora di rientrare dai campi. L’uso religioso era più articolato. Il passaggio della lancetta dalla III alla VI ora e viceversa cadenzava il ritmo delle preghiere che si recitavano ogni tre ore: Il Mattutino alle 3 del mattino, l’ora prima alle 6 del mattino, l’ora terza alle 9 antimeridiane, l’Ora Sesta a mezzogiorno, l’Ora Nona alle tre pomeridiane, i Vespri alle 6 pomeridiane, la Compieta alle 9 della sera. Si pregava quindi ogni volta che la lancetta era rivolta verso l’alto o verso il basso.
Con l’invasione delle truppe napoleoniche nel territorio italiano fu introdotto un sistema di suddivisione della giornata in due intervalli di dodici ore (ore alla francese), sistema poi adottato in tutta Europa. Pertanto lo Stato Pontificio, con una bolla papale di Pio IX, nel 1846 adottò il nuovo sistema di numerazione delle ore abolendo questi orologi.
Angelo Schiavone

Basilicata da scoprire – Una visita per conoscere Isabella.

Pubblicato da Donato Pepe il 9 maggio 2010

Affascinato dalla storia della nostra poetessa lucana di Valsinni, l’antica Favale di allora, ho deciso di fare una visita dove la scrittrice di rime e canzoni trascorse la sua breve esistenza. La sua fu una storia molto triste. Isabella Morra visse nel XVI secolo in una zona della Lucania lontana e isolata da ogni centro culturale. La sua fu una famiglia ricca e numerosa composta da sei fratelli e due sorelle.Il padre, Giovan Michele di Morra barone di Favale, era un aristocratico napoletano che parteggiava allora per il re di Francia Francesco I. A causa di problemi con la giustizia andò in esilio in Francia lasciando così per sempre a Favale alcuni dei suoi figli tra cui Isabella. La giovane fanciulla non riuscì mai ad accettare la lontananza del padre, ed ogni giorno s’illudeva di poterlo riabbracciare. Isabella ricevette una buona educazione letteraria grazie ad alcuni precettori napoletani giunti lì a Favale. Visse in un ambiente rozzo circondata da fratelli violenti che non avevano nessun interesse culturale. La poetessa soffrì molto reclusa nel castello di famiglia e incompresa da tutti. Scrisse versi riversando in essi il dolore per l’assenza del padre e lo sconforto per una vita emarginata.

Sognava di evadere da quell’ambiente ostile ma non fu così. La sua fu una fine tragica. Venne barbaramente uccisa dai suoi tre fratelli per una presunta storia d’amore con un nobil uomo poeta di origini spagnole, Diego Sàndoval De Castro. Pare che tra i due ci fosse uno scambio di epistole contenenti versi. Analisi varie di diversi studiosi hanno evidenziato come questi versi non contenevano nessun riferimento ad un amore tra di essi.La poetessa cercava conforto e molto probabilmente conferma della sua dote poetica. Una storia che mi ha coinvolto ed entusiasmato molto e non credo sia accaduto solo a me. Il castello di Valsinni si erge nel punto più alto del paese.Da qui è possibile scorgere un panorama meraviglioso. Man mano che si sale, prima di arrivare all’ingresso del castello, ci sono affisse sulle mura delle tavole di legno come delle pergamene su cui sono stati scritti con la tecnica dell’intarsio le liriche della poetessa. Ce ne sono tredici proprio come il suo esiguo ma affascinante corpus poetico:dieci sonetti e tre canzoni. La tranquillità che c’è in questo luogo lascia immaginare come questa talentuosa e incompresa fanciulla visse in quei luoghi sconfinati un tempo. Ho avuto modo di trovare una guida turistica ben preparata e disponibile il dr. Rosario Mauro che ha reso questa mia visita ancora più bella e interessante. Consiglio di visitare Valsinni e il suo Castello assaporando il fascino della storia di una poetessa che merita molte riflessioni.
Paolo Santarsiero

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