Mons. Vairo Arcivescovo di Acerenza dal 1970 al 1979 in un libro di Edmondo Soave

Pubblicato da Donato Pepe il 2 gennaio 2012


Il giornalista Edmondo Soave, autore del libro “Mons. Giuseppe Vairo – Il sequestrato di Dio” rileva come nel periodo in cui il futuro vescovo si formava nei seminari di Cosenza e di Reggio Calabria: “c’era … una questione meridionale anche nella Chiesa.” Il clero, debole sotto il profilo culturale, non autonomo sotto il profilo economico, rimaneva in qualche modo impigliato nella tradizione della chiesa ricettizia asservita al nobilato locale.

Il giovane Vairo è formato alla fede ed all’impegno quotidiano nella famiglia. Il papà Francesco è un intraprendente artigiano che trasforma il suo laboratorio in una sana azienda produttiva. La mamma Adelina, sarta, contribuisce al bilancio della famiglia ma si dedica soprattutto alla formazione dei suoi quattro figli dei quali Peppino e Maria Rosaria scelgono l’opzione religiosa per il proprio progetto di vita.

Sotto il profilo formativo il giovane Vairo valorizza al meglio la tradizione della spiritualità meridionale, alla scuola di San Francesco di Paola. Sceglie la carità, l’umiltà e la povertà come criteri portanti della sua esperienza di vita e come criterio di riforma e di orientamento della chiesa del mezzogiorno per la quale anticipa profeticamente le indicazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II al quale partecipa offrendo apprezzati spunti di riflessione e di proposta.

Reagisce all’impostazione astratta e barocca della teologia legata al rigore formale delle enunciazioni più che alla necessità di offrire coerenti risposte alle domande della vita che emergevano in una società segnata da profonde contraddizioni e dalla ristagnazione economica.

Dotato di una intelligenza molto vivace, di una forte propensione alla curiosità intellettuale, che egli disciplina con rigore metodologico, Vairo affronta un autonomo percorso formativo migrando con la sua ricerca verso gli ambienti culturali più fecondi d’Europa, Francia, Belgio, Germania per attingere alle più avanzate impostazioni della Nouvelle Théologie.

Egli però rimane solidale con la sua gente di cui coglie le criticità senza rassegnazione, elegge la società meridionale come suo spazio di evangelizzazione e di impegno civile perché la cultura dell’iniziativa e dell’attenzione all’uomo alimenti la speranza di un futuro migliore.

Vairo crede che la Chiesa del Sud debba preoccuparsi di orientare il cammino degli uomini verso il cielo, ma anche il cammino storico del popolo di Dio. Perché ciò sia possibile egli ritiene necessario investire nella formazione dei sacerdoti perché siano superate nella chiesa l’individualismo, la litigiosità, la rassegnazione e la dipendenza dalle caste sociali dominanti. Una chiesa umile e povera, solidale al suo interno e libera da condizionamenti esterni saprà porsi come lievito perché si valorizzino al meglio attraverso il dialogo e l’iniziativa soggettiva le grandi potenzialità umane, ambientali e culturali del mezzogiorno d’Italia.

Questo libro mi è piaciuto soprattutto per gli scenari di riflessione e di impegno che apre rispetto alla relazione tra Chiesa e mezzogiorno.

Si dice che si stia aprendo il processo di beatificazione di Mons. Giuseppe Vairo. Personalmente penso che se egli potesse scegliere oggi tra due opzioni: vedere se stesso venerato come santo sugli altari o piuttosto vedere, come frutto del suo insegnamento, sacerdoti e laici solidalmente impegnati sotto il profilo educativo per dare alla società meridionale uomini nuovi per un mezzogiorno più libero, più solidale, più coerente con il Vangelo di Cristo; avendo avuto io il privilegio di conoscerlo, sono certo che Mons. Vairo sceglierebbe la seconda opzione. Penso infatti che sia necessario intensificare gli sforzi perché la prassi formativa nei seminari del mezzogiorno sia più aperta e lungimirante, e che siano più intense e sistematiche le opportunità di formazione teologica ed ecclesiologica per i laici impegnati affinché l’immagine della Chiesa esca dagli angusti spazi delle curie e delle sagrestie per andare missionaria nel mondo.

Qualcuno ha poi notato come nell’ampia bibliografia che si sta sviluppando intorno alla figura di Mons. Vairo la nostra diocesi risulti assente, sì l’ho notato e ne sono dispiaciuto, ma, sia chiaro, quello che mi preoccupa non è il silenzio su Acerenza, ma il silenzio di Acerenza. Le nostre comunità devono molto ai vescovi che nel tempo si sono avvicendati nella cura pastorale, abbiamo tante belle intelligenze sarebbe bello che qualcuno cominciasse a frequentare la biblioteca e l’archivio arcivescovile per scrivere qualche pagina di storia della nostra Chiesa.

“Ogni ulteriore cambiamento non può che andare verso il peggio” Leon Battista Alberti

Pubblicato da Donato Pepe il 17 giugno 2011

In una bellissima piazza di Mantova fu intervistato per il programma “Incontri” di RaiTre il sociologo di origini polacche Zygmunt Bauman sul tema dell’ideale di perfezione. Prese ad esempio la città dei Gonzaga come di un documento vivo molto potente dell’ideale dialettico di perfezione. “L’ideale di perfezione è sempre davanti a noi di centimetri e chilometri; avere davanti questa prospettiva è una benedizione è il sogno di una possibilità di riconciliare le contraddizioni, di avere una perfetta coesione una perfetta coerenza una totalità, una condizione in cui diceva Leon Battista Alberti “ogni ulteriore cambiamento non può che andare verso il peggio”.

………… : e purtroppo negli ultimi tempi lo possiamo dire di alcune scelte fatte ad Acerenza. Di una Acerenza ferita, squarciata nei suoi tratti distintivi, nel suo ventre medievale.
Niente, e sottolineo niente, è stato fatto come la tradizione della nostra città ci indicava. Alcuni anni fa regalai a Don Mario Festa una pubblicazione della Regione Basilicata frutto di un corso di formazione. Vi era una foto molto vecchia di Acerenza, inedita, almeno per noi acheruntini che testimoniava lo scatto antecedente al 1903/04 prima quindi della posa del basolato, tanto che nella foto era evidente un misto tra roccia e ciottolato.
Le pavimentazioni, sono il tema di questo intervento; il glorioso basolato trasportato al cimitero senza un degno funerale e ancora peggio senza motivo, forse per il capriccio o l’inconsapevolezza di chissà chi, e quello nuovo, posato nella cattedrale, come in una semplice e qualsiasi tavernetta. Mi sorge il dubbio che queste scelte abbiano un solo padre, e che i cittadini acheruntini non siano stati ascoltati e Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Le domande sono due, la prima: come abbiamo potuto disfarci di una pietra simile a quella che abbiamo calcato per più di un secolo? La seconda:come si è potuto montare quel pavimento in cattedrale? Ho scelto questo tema perché un impianto urbanistico come il nostro che già esprime una sua potenza, non ha bisogno di sconvolgimenti ma di conservazione, ecco quindi che “ogni ulteriore cambiamento non può che volgere al peggio” In Italia per fortuna ci sono esempi di straordinaria conservazione. Se non sbaglio ogni anno in occasione del Palio di Siena la pavimentazione di Piazza del Campo viene smontata numerata, e rimontata; e ancora la meravigliosa piazza di Vigevano è composta nella parte centrale da un pavimento fatto in acciottolato e con una manutenzione giornaliera con terra e non cemento viene conservata nel tempo e noi invece?
E’ vero che il basolato delle vie cittadine nel corso degli anni ha subito grossi danni dai vari lavori eseguiti, ultimo è stato il riposamento in seguito alla costruzione della rete del gas-metano e, danno ulteriore, in alcuni punti non fu posato a regola d’arte. In quei lavori però ci fu una inequivocabile scelta primaria e cioè che ogni basola avrebbe dovuto essere rimessa nello stesso punto da cui era stata tolta. Quella scelta in un contesto come il nostro dove la conservazione dell’ ambiente naturale è la sola vera ricchezza, va ora letta nella dimensione estetica dei beni da preservare alle generazioni future. – Tempo fa scrissi sempre su questo blog un appassionato articolo sulla difesa della verginità del nostro ambiente naturale contro un possibile-probabile sviluppo selvaggio dei parchi eolici in Basilicata. Argomento trattato nel libro -Filosofia del Paesaggio- di Paolo D’Angelo che nel capitolo secondo, si occupa della Geofilmica, ovvero : che cosa può fare il cinema per il paesaggio? Mi chiedo, se i Sassi di Matera fossero stati stravolti nel loro originario impianto urbanistico e addobbati con luci per esempio sotto il piano della pavimentazione stradale, o chissà cos’altro, avrebbero girato La Passione? Andiamo a vedere i dati delle presenze dei turisti in Basilicata e vediamo dove vanno e se si fermano, quei dati ci diranno che Matera è la porta di ingresso ma anche quella di uscita e che avendo conservato l’unica ricchezza di cui disponeva, una volta proiettata su scala mondiale, ha ottenuto successo, fama ed economia.

Allora mi chiedo:

1 Ma non sarebbe stato meglio sostituire solo i cubetti di quella parte interessata di Via Vittorio Veneto?

2 Perché fu montato il nuovo basolato in Piazza Gliinni? Per dare continuità con Via Vittorio Veneto? Se così è, è stata data discontinuità con Via Regina Elena che monta il vecchio basolato e con Piazza Gianturco che monta il nuovo e che se sarà montato solo il pavimento sarà un miracolo perché sento strane voci di luci ed altro.

3 In Via Umberto I non ci doveva essere una accurata selezione delle basole smontate? Non si poteva (certo che si può ancora) fare meno abuso di cemento? Avrebbero dovuto rimontarle su terra, e questo è un altro orrore.

5 E se modifiche non ce ne saranno come faremo a sopportare lo scempio che si presenta davanti ai nostri occhi? A tale proposito mi domando:quel povero fontanino dietro la cattedrale aveva mica fatto del male a qualcuno per averlo ridotto a quelle dimensioni con il riquadro rimontato storto .

6 Chi ridarà agli acheruntini ciò che è stato levato e cioè un testimone della propria storia?

E’ vero che dal dopoguerra in poi, complice il crescente tenore di vita è stato fatto ogni tipo di abuso al patrimonio edilizio tradizionale. Là dove c’erano le scale in pietra in tanti casi furono montati i peggiori marmi tanto per fare un esempio, e i più terribili infissi anticorodal. Ora però che da alcuni anni a questa parte cresce sempre di più la cultura della conservazione, ora che si parla di turismo sostenibile e difesa dell’ambiente, miniamo alla base queste idee con delle scelte inopportune? Questo mio intervento vuole solo ed esclusivamente avviare un dibattito sull’argomento, senza farne una polemica di destra o di sinistra, c’è infatti qualcosa di molto più importante di queste visioni di parte e cioé l’integrità dell’impianto architettonico acheruntino.

L’altra pavimentazione su cui vorrei attirare l’attenzione è quello della cattedrale. E’ infatti noto a tutti che è stato cambiato e c’è stata anche una cerimonia di inaugurazione ma mi chiedo: se quello che c’era non andava bene e quello di prima lo stesso, perché ne hanno montato un altro che non è all’altezza del monumento? La dimensione ed il montaggio (da tavernetta) sono umilianti per la cattedrale, “per questa perla nel mediterraneo” come la definì negli anni novanta Cosimo Damiano Fonseca. Questo ha deciso l’organo preposto cioè la Soprintendenza? Anche nella cattedrale di Melfi sono stati fatti interventi di dubbio gusto come ad es. le pareti dipinte di un rosa più adatto ad una camera da letto che ad un antico edificio. Per avere un parere terzo aspettiamo qualche visitatore con guida come spesso ne vediamo che conosce meglio di molti di noi la storia dei nostri luoghi e chiediamogli che cosa ne pensa.
Giuseppe Caramuta.

Don Michele Gala e la chiesetta di San Vincenzo

Pubblicato da Donato Pepe il 17 maggio 2011

Nel mese di maggio, di colpo, la graziosa chiesetta gentilizia di San Vincenzo ( Sam’nginz’ ) si rianimava: l’insistente, sottile e caratteristico suono della campanella annunciava l’arrivo della “novena alla Madonna”.
Ma già qualche giorno prima, però, Don Michele Gala dalla sua finestra avvisava mia madre dell’imminente avvio delle celebrazioni, invitandola a mandargli “ Caniucc’ “, mio fratello Canio, chierichetto prediletto dell’Arciprete, per impartirgli le necessarie istruzioni.
E così, per alcuni giorni, nella chiesa di San Vincenzo alla messa mattutina si aggiungevano le celebrazioni pomeridiane della novena alla Madonna.

In anticipo sull’inizio della liturgia del mattino, il vibrante e veloce suono della campanella della chiesetta svegliava noi bambini della zona, ancora profondamente assopiti prima di affrontare le quotidiane fatiche della giornata scolastica. Svegliarsi all’improvviso mi faceva sobbalzare. Ma subito dopo giungeva piacevole il forte garrito delle numerosi rondini che già si rincorrevano nel nostro limpido cielo, sfrecciando velocissime ed esibendosi in virate spericolate. E questo rendeva piacevole l’inizio della mia giornata.
D’un tratto, dai vicoli circostanti, arrivavano molte donne , ma anche uomini, per assistere alla celebrazione mattutina. Don Michele, con passo incerto ma attento, usciva dal suo palazzo, attraversava la strada ed entrava in chiesa per la vestizione e la celebrazione del rito, prima di recarsi nella sua tenuta di campagna, ai piani, dove trascorreva gran parte della giornata.
L’altro appuntamento religioso era quello del pomeriggio, la novena vera e propria. Quella, però, era anche l’ora della quotidiana ed interminabile partita di pallone giocata da noi bambini nel nostro “stadio cittadino”, Largo Seminario ( U’ S’m’na’r’i’ ), lo slargo adiacente a San Vincenzo. Ed a volte i fedeli presenti al rito, dal recito antistante la chiesetta, ci intimavano di smettere di giocare per non disturbare la recita delle preghiere.
Per la novena la chiesetta si riempiva subito fino alla porta. E come sempre, di corsa e vestito di tutto punto, arrivava trafelato anche il mitico Angelo Maria Calitri che, con la sua sapiente tecnica rianimava un improbabile strumento musicale presente in chiesa, con il quale accompagnava le lodi cantate con la sua potente voce.

Durante la celebrazione del pomeriggio, poi, dal finestrone posto sulla facciata di San Vincenzo filtrava una lama di luce che, nella penombra di quell’ambiente raccolto e dalle sfumature antiche, creava un’atmosfera calda e suggestiva. Dall’altare Don Michele, nei suoi paramenti sacri, con i movimenti lenti e la cupa voce, dava vita a un quadro che oggi appare come un fotogramma dell’ottocento.
Di Don Michele Gala mi piace ricordare un aneddoto visto dal mio terrazzo.
Con la bella stagione, apriva la finestra che affacciava sulla chiesa di San Vincenzo e poggiava sulla ringhiera del cibo per gli uccelli. Questi avevano stretto amicizia con il prelato e senza indugio, né timore, entravano anche nella sua camera.
Dopo la sua morte, per qualche tempo, alcuni di questi uccellini non si davano pace nel trovare sbarrato il balcone del loro benefattore e, rimanendo in volo, con forza sbattevano il becco ai vetri della finestra per invitare il loro amico ad aprirla. Alcuni sbattevano così forte che sembrava volessero bucare quella resistente trasparenza. Ma il loro grande amico non c’era più!
Dino Salese

Territori e insediamenti templari – Il casale di San Martino de pauperibus di Forenza

Pubblicato da Donato Pepe il 30 gennaio 2011

Da tempo l’amministrazione di Forenza, oggi guidata con intelligente lungimiranza dal sindaco Mastrandrea, ha investito sulle potenzialitĂ  di attrazione turistica collegate con le suggestioni della presenza templare sul suo territorio. Ha chiesto la consulenza dell’Istituto per i beni Archeologici e Monumentali (IBAM) del CNR e la collaborazione della Scuola di Specializzazione in Archeologia di Matera ed ha avviato, sul proprio territorio, una sistematica indagine archeologica condotta con avanzate tecnologie scientifiche. La ricerca si muove su piste diverse ma tutte di grande suggestione: la individuazione e lo studio di aree sulle quali insistevano villaggi, oggi abbandonati, quale appunto il casale di San Martino de pauperibus collocato a ridosso di due assi viari di strategica importanza per gli spostamenti dei pellegrini, degli eserciti e del supporto logistico per le crociate, la via Erculea e l’altra traccia che, passando per Banzi, portava ad Oria e quindi al porto di Brindisi.
In questo villaggio troviamo la Chiesa di Santa Maria de’ Armenis, mulini, forni, elementi in grado di definire, con buona approssimazione, una precisa geografia del potere che, tra il XII ed il XIV secolo, vede i templari fra i maggiori protagonisti del controllo del territorio.
Luigi Borgia, dell’Accademia internazionale di Araldica, precisa come inizialmente i cavalieri che partivano per le campagne militari, poi dette crociate, non avevano l’emblema della croce, Urbano II consegna a Goffredo di Buglione non una croce ma una spada. Una leggenda narra che durante l’attacco di Antiochia degli angeli dettero ai cavalieri una croce come auspicio di vittoria, ma sarĂ  Eugenio III a concedere ai miles il privilegio di fregiarsi della croce, mentre il loro seguito, i sergentes, non godevano di tale privilegio.
I templari erano un ordine religioso, cioè monaci che si caratterizzavano per una regola monastica approvata con un atto ufficiale del papa ed accettavano in ossequio a quella regola di vivere nell’osservanza del voto di castità, povertà e obbedienza.

Dopo la morte dell’ultimo Gran Maestro Jack De Molay, bruciato sul rogo a Parigi, i Templari disciolti per editto del papa non esistono come ordine cavalleresco religioso perchĂ© mai un nuovo atto del papa lo ha ricostituito.
Esistono invece leggende riconducibili ad una tradizione massonica che in qualche modo tendeva a far risalire l’associazione di operai e muratori alla leggenda di Hiram, architetto del Tempio o al Tesoro dei Templari, al Graal e recentemente ai romanzi alla Dan Brown.

E’ possibile utilizzare i risultati della ricerca dell’archeologia del paesaggio, la storia dei templari, per creare opportunità di sviluppo sul territorio? Michele Petrone, di Basilicata Innovazione, dice che è possibile: a patto che si utilizzino ricerche scientifiche rigorose; che si investa sulla formazione di giovani capaci di affrontare, con adeguata strumentazione culturale ed adeguati supporti logistici, l’handicap dell’incertezza e del rischio per impiantare sul territorio strutture e servizi per un turismo culturale di nicchia.

Il Workshop, al quale hanno partecipato studiosi di fama internazionale quali il danese Christer Carlsson, Dimistris Robouis e Francesca Sogliani – IBAM-CNR -, Luigi Borgia dell’Accademia internazionale di Araldica e Pierfelice degli Uberti Presidente International Commission for Orders of Chivalry, è stato coordinato dalla prof. Antonella Pellettieri, studiosa lucana conosciuta anche all’estero per i suoi studi sulle tracce degli ordini cavallereschi sul nostro territorio.

Neuropsicologia delle emozioni nella letteratura e nell’arte
dott. Angelo Schiavone.

Pubblicato da Donato Pepe il 19 gennaio 2011

Le emozioni sono essenziali per la nostra esistenza: con esse comunichiamo i nostri stati d’animo, reagiamo agli eventi, ci prepariamo ad affrontare situazioni. L’uomo nel corso dell’evoluzione ha imparato a manifestare le emozioni col linguaggio verbale pur conservando modalità espressive più arcaiche. La ricerca neuropsicologica si è concentrata sulle manifestazioni non verbali delle esperienze emozionali e in particolare sulle espressioni facciali.
E’ stato dimostrato che il lato sinistro del volto mostra più intensamente le emozioni rispetto al controlaterale come evidenziato da una ricerca condotta presso l’Università di Melbourne su 1500 quadri del Cinquecento e del Seicento. I ricercatori Australiani hanno rilevato che il 68 % delle donne aveva esposto al ritrattista il profilo sinistro, quindi la parte del viso controllata dall’emisfero cerebrale destro responsabile della gestione delle emozioni.

Non solo il viso ma tutto il corpo concorre a comunicare le emozioni. Esistono gesti che possono esprimere stati emotivi specifici: stringere i pugni e battere uno o entrambi i piedi in segno di rabbia, coprirsi il volto con la mano per la vergogna.

Nel saggio “Il Mosè di Michelangelo” Freud analizzò il gesto della collera trattenuta.
Scoprendo gli ebrei nell’atto di adorare il vitello d’oro Mosè, colto da un moto di rabbia, sta per levarsi al fine di castigare il suo popolo, ma domina la collera per non far cadere le tavole della legge.

A volte però le emozioni sfuggono al controllo della ragione provocando, in soggetti predisposti, disturbi neurologici o psichiatrici. E’ descritto col termine di “sindrome di Stendhal” il malessere che colpisce alcuni turisti mentre contemplano un’opera d’arte. Di questo disturbo psichico patirono turisti famosi come lo stesso Stendhal, che ne fu protagonista nel corso della sua visita alla Basilica di Santa Croce e ne annotò i sintomi nei suoi diari.

Di emozioni ci si può ammalare, lo sapeva bene il Boccaccio (1313-1375) che nel Decamerone, alla novella VIII della seconda giornata, descrisse la grave infermità di un giovanotto alle prese con un amore impossibile. Solo il brillante intervento di un giovane medico, accortosi che il battito del polso accelerava alla vista della fanciulla amata, permise di diagnosticare il mal d’amore.

“Aveva la gentil donna, colla quale la Giannetta dimorava, un solo figliuolo… Il quale, avendo forse sei anni piĂą che la Giannetta, e lei veggendo bellissima e graziosa, sì forte di lei s’innamorò… egli imaginava lei di bassa condizion dovere essere, non solamente non ardiva addomandarla al padre e alla madre per moglie… il suo amore teneva nascoso…. egli infermò, e gravemente. Alla cura del quale essendo piĂą medici richiesti, e avendo un segno e altro guardato di lui e non potendo la sua infermitĂ  tanto conoscere, tutti comunemente si disperavano della sua salute… sedendosi appresso di lui un medico assai giovane, ma in scienzia profondo molto, e lui per lo braccio tenendo in quella parte dove essi cercano il polso, la Giannetta, la quale, per rispetto della madre di lui, lui sollicitamente serviva, per alcuna cagione entrò nella camera nella quale il giovane giacea. La quale come il giovane vide, senza alcuna parola o atto fare, sentì con piĂą forza nel cuore l’amoroso ardore, per che il polso piĂą forte cominciò a battergli che l’usato; il che il medico sentì incontanente e maravigliossi, e stette cheto per vedere quanto questo battimento dovesse durare. Come la Giannetta uscì dalla camera, e il battimento ristette; per che parte parve al medico avere della cagione della infermitĂ  del giovane; e stato alquanto, quasi d’alcuna cosa volesse la Giannetta addomandare, sempre tenendo per lo braccio lo ‘nfermo, la si fè chiamare. Al quale ella venne incontanente; nĂ© prima nella camera entrò, che ‘l battimento del polso ritornò al giovane; e lei partita, cessò. Laonde, parendo al medico avere assai piena certezza, levatosi e tratti da parte il padre e la madre del giovane, disse loro: la sanitĂ  del vostro figliuolo non è nello aiuto de’ medici, ma nelle mani della Giannetta …”.

Ma giĂ  mille anni prima Giuliano l’Apostata (331 d.c. – 363 d.c.) nel testo satirico ”Odiatore della Barba”, scritto al fine di difendere il proprio operato dopo essere stato malamente accolto dalla cittĂ  di Antiochia, raccontò un episodio del tutto simile.

“Bene, si narra che un tempo il re eponimo di questa città… finì per concepire un’illecita passione per la propria matrigna; egli desiderava tenere segreti i suoi sentimenti, ma non vi riusciva: il suo corpo, consumandosi a poco a poco, andava misteriosamente deperendo, se forze de ne andavano e il respiro era piĂą debole del solito. La faccenda, direi, somigliava a un enigma, perchĂ© la causa della malattia restava oscura – o, piuttosto, non era chiaro nemmeno di che malattia si trattasse – eppure lo stato di prostrazione fisica del giovane era noto a tutti. Un arduo compito, a questo punto, fu affidato al medico di Samo: scoprire la natura della malattia. Questi… si sedette dunque vicino al letto osservando il volto del giovane, poi ordinò che si facessero avanti dei bei ragazzi e delle belle donne, cominciando proprio dalla regina; non appena ella avanzò, con il pretesto di fargli visita, subito il giovane manifestò i sintomi della malattia: ansimava come se stesse soffocando – e, infatti, pur desiderandolo con tutto se stesso, non riusciva a contenere l’agitazione – il respiro era stravolto e un rossore intenso dilagava sul suo viso. Vedendo tutto questo, il medico gli pose la mano sul petto: il cuore gli pulsava spaventosamente, come fosse sul punto di schizzar fuori. Questo, dunque, è quanto egli provava in presenza della regina; quando però ella fu uscita, ed entrarono altre persone, egli restò tranquillo, e mantenne un contegno simile a quello di una persona sana. Dunque Erasistrato – così si chiamava il medico – intuita la malattia, la rivelò al re…”

Ancor prima dell’imperatore filosofo la poetessa Saffo (640 a.C. – 570 a.C.) nella seguente lirica descrisse, con la precisione di un clinico, il profondo turbamento indotto dalla visione dell’amata , i sintomi correlati al vissuto emotivo e la successiva sincope .

“A me pare uguale agli dèi
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde nella lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue nelle orecchie.
E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente”.

Al pari del sentimento amoroso anche il fervore religioso può essere vissuto con tale intensità emotiva da creare condizioni destabilizzanti per i meccanismi psicologici che mantengono lo stato ordinario di coscienza.
Tale stato psichico è definito estasi: dal greco ”essere fuori di sĂ© . E’ una condizione di sospensione dell’esperienza comune, propria dell’atteggiamento mistico, il quale si concentra esclusivamente su un oggetto soprannaturale di natura divina.
L’estasi è stata frequentemente rappresentata nell’arte antica. Famosissima è la scultura del Bernini transverberazione di Santa Teresa sita nella cappella Cornaro di Santamaria della Vittoria a Roma che rappresenta Santa Teresa nel momento di massima sublimazione della gloria celeste.

La Santa soffriva di svenimenti improvvisi, “sovente i muscoli le si contraevano a tal punto da farla arrotolare come un gomitolo e il suo corpo si irrigidiva per ore nella medesima posizione; era disgustata da qualsiasi cibo e rimetteva quasi tutto quello che ingeriva”.
La psicologia considera l’estasi come fenomeno psichico contraddistinto da un apparente stato di torpore e da immobilità fisica e sensitiva. Il soggetto è estraniato dal mondo che lo circonda, assorto in un’esperienza relazionale trascendente.

Bibliografia

- D’Urso V. Trentin R. “Psicologia delle emozioni” Il Mulino eds. 1988.
- Freud Sigmund “Der Moses des Michelangelo” pubblicato per la prima volta in Imago, 3, 1914.
- Magherini G. “La sindrome di Stendhal”. Universale economica Feltrinelli eds 1992.
- Boccaccio Giovanni. “Decameron” Einaudi – tascabili classici.
- Giuliano L’Apostata. “L’odiatore della Barba”. Archinto eds.2008.
- Saffo. Liriche e frammenti. Feltrinelli – collana Universale Economica.
- Fachinelli E. “La mente estatica” Adelphi eds 1989.

Angelo Schiavone

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