La Cetonia sul Cardo ovvero la ricordanza demiurgica di Domenico Gilio

Pubblicato da Donato Pepe il 3 settembre 2011


Acerenza 16 Agosto 2011

Salendo sul palco del fossato, al termine della presentazione del libro “La Cetonia sul cardoâ€, per rispondere alla domanda se la poesia salverà il mondo, avevo l’impressione che il tempo si fosse preso gioco di me. Dopo anni di peripezie e di studi, mi riportava sul punto di partenza, quando le sere di festa l’orchestra adunava il popolo per il concerto di musica classica ed io ero in prima fila in piedi, ad ascoltare gli assoli della prima cornetta.

Ho sempre con me quest’invisibile orchestra e la torre dell’orologio, cuore del Borgo, che porta alla coscienza il tempo fuggevole e unisce, in un nodo di affetti, i luoghi, dove più di frequente la mia anima si specchia: il Corso, Porta S.Canio, il Belvedere delle Rocce, con i tramonti ricamati dal Vulture, la Torretta, su cui, al brillio delle stelle, d’estate sale il canto dei grilli: una salmodia arcaica senza fine. E su tutto, la Chiesa, che racchiude quanto di più maestoso e solenne e vivo un Borgo antico può contenere.

Dovevo parlare della funzione salvifica della poesia, ma le parole si affastellavano, si aggomitolavano; sentivo però che la musica e le movenze armoniose delle bambine della scuola di danza avevano destato la Cetonia dalla canicola estiva. L’insetto svolante della mia infanzia era tra di noi e col suo carisma liberava sensazioni nuove, lì lì affioranti, un mondo intatto di emozioni e di sentimenti. Si svelava la parte alata di ognuno di noi.

Questo è l’enigma che mi porta per mano; come il cielo stesso di Acerenza che ci permea e si dilata, puro e tenebroso; è dentro di noi e ci trascende e ci fa guardare con orrore e senso sacro gli abissi e ci salva da essi. Una voce segreta mi sussurra sovente le parole di una poesia giovanile: nella vita tu cammini te stesso; la tua meta ogni passo e mi crea intorno una situazione circolare, che si allarga progredendo verso i limiti estremi dell’orizzonte, dove cielo e terra e mare sono tuttuno e formano come una sfera immateriale. Ogni creatura vivente, pur dispersa nel caos del mondo, si muove dentro un fascio di luce che piove dal cielo, che bisogna comunque cercare e conquistare, perché sia benigno.

Questo è il rispetto , il senso “sacro†del mio legame con il territorio, che Aniello Ertico ha rilevato nella sua relazione ed anche “la drammaticità†della “Rimembranza demiurgicaâ€, evidenziata da Mario Ciola come il motivo conduttore della mia poesia e la mia visione del mondo.

La poesia, che non si copre di finzioni, è per sua natura drammatica. Se è autentica, lecca le proprie ferite, per una perdita, una separazione irreparabile; e può lenire anche le ferite altrui. Se si scende con onestà negli scantinati della propria anima, insieme con il proprio sé, si incontrano i Sé degli altri, di tutte le creature che abitano la terra. In questa consonanza, si diventa tutti confidenti e corresponsabili dell’essere nel mondo. Liberi dall’autocompiacimento, ma anche dalla disperazione; il proprio tempo è il tempo degli altri; passato e futuro, memoriale e profetico.

Questa condizione poetica partecipa ai risvegli, ma anche al tramonto delle cose; alle feste e agli addii. E’ felice delle erbe umili dei prati; sente che il bellissimo canto si rinnova/ di gaudio e frenesia, ma avverte che può essere uno spazio perduto l’innocenza.

La scienza aumenta la conoscenza del mondo e con essa il senso di potere dell’uomo; ma l’uomo deve abituarsi a non abusarne per potersi salvare, ritrovandosi creatura dell’universo e ricercando i passi per mantenersi fedele alla vita, in armonia con il ritmo naturale delle cose. Per questo ho provato una grande gioia, nel dialogare con la giovane poetessa Merisabell Calitri. A Lei ho affidato, in un gesto di solidarietà e di continuità generazionale, la missione della composizione poetica, come ricerca di senso e della bellezza.

E’ un gesto di fiducia nel futuro. La Cetonia della mia poesia, dalla tunica verde aurata, incastonata sul fiore rosso viola del Cardo, vuole sensibilizzare i giovani al potere salvifico della Bellezza, idea-valore percepibile più facilmente del Bene. La Bellezza splenderà sempre di nuova luce nelle piazze e nelle strade di Acerenza; gioirà nei giochi dei bambini, sui balconi rifioriti delle case.

Ringrazio per tutto questo la Telemaco Editrice di Donato Pepe, che ha voluto stampare con dovizia di cure il libro; la Chiesa che ha permesso di impreziosire la stampa con i fregi del portale e con le immagini della cripta; il Sindaco, Dott.ssa Rossella Quinto, che mi ha onorato di una speciale pergamena a ricordo; la Biblioteca, che conserva e divulga memoria e conoscenza; i relatori, Mario Ciola e Aniello Ertico, maestri, non solo dell’analisi letteraria, ma dell’animo umano. La lettrice Mimma Congedo; la voce fuori campo, Merisabell. La maestra di danza Marina Pepice e le sue baby allieve. La Cittadinanza tutta.

La musica della mia poesia tributa: Onore all’uomo/ dalla coscienza vigile!…lode/ alla donna dall’ancestrale cuore.

Domenico Gilio

ANIELLO ERTICO: L’UOMO NEL VENTO

Pubblicato da Donato Pepe il 1 marzo 2011

Decisamente emozionante la serata-evento del 22 febbraio 2011 tenutasi presso la biblioteca-istituzione “Joseph and Mary Agostine Memorial Library†di Palazzo San Gervasio, la quale ospita in quanto protagoniste, differenti forme d’arte culminate ed unificate in un’unica particolare opera: “L’uomo nel vento†di Aniello Ertico. Non è stata la presentazione del libro che tutti immaginano: trattazione di tematiche culturali, freddezza generale, presunzione di esplicitare concetti e dottrine talvolta irrivelabili. Presenze qualificate e esperti in ogni campo dell’arte, dal teatro, alla pittura, alla musica si sono fatti spazio completandosi e non sovrapponendosi dando un senso all’opera in questione. È stato proprio grazie alla mediazione di personalità quali il maestro Antonio Masini, il grande attore di fama internazionale Ulderico Pesce, ed il critico recensore Mario Ciola che i contenuti intrinseci del volume sono giunti al pubblico. La meticolosa moderazione di Mariangela Fagella ha scandito la serata, intramezzando gli interventi sopra citati con qualche domanda all’autore il quale dolce e terribile come sempre ha fornito le risposte adeguate. Ritornando agli ospiti, Antonio Masini ha anche illustrato le poesie di Aniello, tramutando in forma i contenuti, in colore i misteri, in riflessi i riflessi. Le opere del maestro erano esposte in biblioteca e quindi era possibile contemplarne la semplice meraviglia accompagnati dal flauto di Domenico Picciani e dal profumo delle orchidee, omaggio floreale dell’autore per ogni dama. Originale e pungente Mario Ciola con assoluta semplicità ha catturato l’attenzione dei presenti, qualora ve ne fosse stato bisogno. Cosa dire dell’intervento teatrale, della divina mediazione e spiegazione e del breve spettacolo finale offerti da Ulderico Pesce?Emozionanti, essenziali. Unici nella loro complessità. Complessità che Ertico ricerca nell’uomo, nell’essere e che lo induce a scrivere la vita, raccontandone il senso, il vero. Egli si fa a sua volta Giocoliere lanciatore di coriandoli e ogni presente ne prende al volo almeno uno, facendolo proprio per sempre. Davvero una serata di classe regalataci da un’opera e da persone sensibili quali la presidentessa della Biblioteca che ha ospitato la manifestazione, Eleonora Mattiacci e dal Sindaco di Palazzo San Gervasio, il Dott. Pagano. Ai loro saluti ad inizio serata si è aggiunto l’intervento del Pres. del consiglio regionale, dott. Folino. Come direbbe Manet “L’arte è la scrittura della vita così come la scrittura è l’arte della vitaâ€: un grazie sincero ad Aniello Ertico per ciò che ha saputo creare, sdoganandoci dai confini territoriali per riscoprirci essenzialmente uomini.

Merisabell Calitri

Basilicata da scoprire – Una visita per conoscere Isabella.

Pubblicato da Donato Pepe il 9 maggio 2010

Affascinato dalla storia della nostra poetessa lucana di Valsinni, l’antica Favale di allora, ho deciso di fare una visita dove la scrittrice di rime e canzoni trascorse la sua breve esistenza. La sua fu una storia molto triste. Isabella Morra visse nel XVI secolo in una zona della Lucania lontana e isolata da ogni centro culturale. La sua fu una famiglia ricca e numerosa composta da sei fratelli e due sorelle.Il padre, Giovan Michele di Morra barone di Favale, era un aristocratico napoletano che parteggiava allora per il re di Francia Francesco I. A causa di problemi con la giustizia andò in esilio in Francia lasciando così per sempre a Favale alcuni dei suoi figli tra cui Isabella. La giovane fanciulla non riuscì mai ad accettare la lontananza del padre, ed ogni giorno s’illudeva di poterlo riabbracciare. Isabella ricevette una buona educazione letteraria grazie ad alcuni precettori napoletani giunti lì a Favale. Visse in un ambiente rozzo circondata da fratelli violenti che non avevano nessun interesse culturale. La poetessa soffrì molto reclusa nel castello di famiglia e incompresa da tutti. Scrisse versi riversando in essi il dolore per l’assenza del padre e lo sconforto per una vita emarginata.

Sognava di evadere da quell’ambiente ostile ma non fu così. La sua fu una fine tragica. Venne barbaramente uccisa dai suoi tre fratelli per una presunta storia d’amore con un nobil uomo poeta di origini spagnole, Diego Sàndoval De Castro. Pare che tra i due ci fosse uno scambio di epistole contenenti versi. Analisi varie di diversi studiosi hanno evidenziato come questi versi non contenevano nessun riferimento ad un amore tra di essi.La poetessa cercava conforto e molto probabilmente conferma della sua dote poetica. Una storia che mi ha coinvolto ed entusiasmato molto e non credo sia accaduto solo a me. Il castello di Valsinni si erge nel punto più alto del paese.Da qui è possibile scorgere un panorama meraviglioso. Man mano che si sale, prima di arrivare all’ingresso del castello, ci sono affisse sulle mura delle tavole di legno come delle pergamene su cui sono stati scritti con la tecnica dell’intarsio le liriche della poetessa. Ce ne sono tredici proprio come il suo esiguo ma affascinante corpus poetico:dieci sonetti e tre canzoni. La tranquillità che c’è in questo luogo lascia immaginare come questa talentuosa e incompresa fanciulla visse in quei luoghi sconfinati un tempo. Ho avuto modo di trovare una guida turistica ben preparata e disponibile il dr. Rosario Mauro che ha reso questa mia visita ancora più bella e interessante. Consiglio di visitare Valsinni e il suo Castello assaporando il fascino della storia di una poetessa che merita molte riflessioni.
Paolo Santarsiero

Presentato a Genzano “Non tutto è perduto” un libro di poesia di Nino di Bari.

Pubblicato da Donato Pepe il 8 aprile 2009

nino

Stamattina nell’aula magna del Liceo Scientifico “Ettore Maiorana†di Genzano di Lucania è stato presentato il libro “Non tutto è perduto†di Nino di Bari.

Il Preside prof. Michele Marotta, nel suo breve saluto ha sottolineato come oggi la poesia parli con voce dimessa in un contesto distratto ed indisponibile all’ascolto. Litteris servabitur orbis? Riprendendo questa domanda che l’autore ha proposto sul frontespizio dellla silloge, ha riconosciuto un ruolo catartico alla poesia capace di far emergere i valori fondamentali della nostra umanità.

Il Preside prof. Pasquale Vertulli ha rilevato come Nino di Bari indaghi nelle trame della letteratura, della filosofia e della storia alla ricerca di un senso perché nella realtà presente i significati non sono facilmente leggibili. In questa ricerca è la chiave di questo libro, e Nino la sviluppa con atteggiamento e stile modernissimo.

Gianrocco Guerriero precisa come la ricerca di senso si sviluppi e si dipani tra opposte contraddizioni all’interno delle quali si fa strada una verità superiore, ma non si tratta di un processo dialettico perché tra opposte idee non nasce come sintesi una nuova idea ma un più elevato livello di coscienza.

Poi sono stati i ragazzi a fare domande all’autore. Questo libro si può inquadrare in filone romantico? La sua poesia può essere compresa nei confini dell’ermetismo? Il dolore che la ispira è più leopardiano o più vicino a Schophenauer?.

L’autore risponde: La mia poesia è una finzione nel senso etimologico del termine, una realtà ricreata, costruita mettendo insieme mattoni di vita vissuta. Come tale non è configurabile in uno schema storicamente definito. La sofferenza può rimandare in qualche modo all’angoscia keirkegaardiana nel momento in cui l’autocoscienza, appesantita nelle vicissitudini della vita, si sente incapace di raggiungere la dimensione trascendentale verso la quale tende come suo imprescindibile destino. Ma su questa situazione di deserto interiore sboccia il fiore della speranza cristiana.

A chiusura dei lavori Donato Pepe ha detto: “Ho dialogato a lungo con l’autore, nel silenzio della mia anima e quando l’ho chiuso, questo libro mi è parso un poema. Con stupore ho scoperto nelle poesie di questa silloge una inattesa continuità di racconto. Un racconto a tratti drammatico caratterizzato dalla difficoltà di conciliare la cultura presentata nei libri della scuola con la vita, colta nei giovani come un bergsonniano slancio vitale ed è qui che mi è parso di cogliere il momento epico che mi ha fatto sentire il gusto, il pathos del poema. Poi, quando l’autore avverte aleggiare sulla condizione umana il respiro di Dio, allora apre alla fiducia. Non tutto è perduto. Questo libro è il trionfo della speranza cristiana sulla presunzione di autosufficienza di un umanesimo disorientato, sfiduciato e sconfittoâ€.

La manifestazione, condotta dall’impeccabile regia del Professor Guerriero, si compendia con la costatazione stupita del Sindaco Prof. Rocco Cancellara che nel dare un indirizzo di saluto ha preso atto con orgoglio dell’elevato livello del liceo di Genzano dove ha riscontrato un bellissimo rapporto fra i ragazzi e i professori dal quale scaturisce un grande vivacità di stimoli culturali.

Presentato ad Acerenza “Pagine Acheruntine”, l’ultimo libro di Domenico Gilio.

Pubblicato da Donato Pepe il 26 agosto 2008

Domenico Gilio è un nostro concittadino che per ragioni diverse un giorno decise di partire e, si è fatto strada nel mondo metropolitano, ma la musa che lo ispira nei momenti di silenzio e di quiete è ancora la piccola e cara Acerenza. E’ qui che si rifugia il suo spirito in una sorta di incantamento, ma non è nostalgia, è un legame forte attualizzato nel quotidiano, sulla base di una identità mai rinnegata, una corrispondenza sempre viva. E Acerenza è grata per il dono del suo ultimo libro, un libro che vive con i nostri ritmi di vita, con la passione, il respiro di questa comunità.

Il sindaco, dott. Antonio Giordano nel porgere il rituale saluto, ha ringraziato il poeta perchè “… fa volare alto il nome di Acerenza nel Lazio e nelle varie città dove è stimato avendo ivi ottenuto numerosi riconoscimenti. La sua poetica si ispira a tre temi fondamentali: la famiglia, luogo dei suoi affetti; Acerenza, custode dei ricordi della sua infanzia; la natura che si rivela in tutta la sua bellezza.

Mario Ciola ha definito Domenico Gilio poeta prodigiosamente classico e moderno, colpisce la felicità con cui combina segni, registri e ritmi, i più diversi, per indagare il mistero del tempo, approdando ad una stagionata consapevolezza.
Un poeta di valore, dunque, capace di istituire con coraggio un rapporto con la natura pascolianamente scagionata da ogni responsabilità circa il destino degli uomini.
“Se c’è qualcosa che vorrei rubargli – afferma il critico – è la commovente serenità, quasi mistica, con cui affronta la strada dolorosa del ripensamento.
Mi piace immaginarlo in guerra come solo i veri poeti sanno fare, con il petto nudo e le mani in tasca. Magari fischiettando beffardo alla morte che mai lo ucciderà.”

Aniello Ertico assimila il poeta all’architetto: “realizza plastici e li presenta. Allocati gatti, spiritelli, vecchie case, scorci di memorie e dettagli di episodi futuribili, invita il lettore che si fa lillipuziano a girovagare. Spesso narra, a volte solo guida; sempre delicatamente però sgrida la superficialità.
Poi addirittura sembra pentirsi di tale narrazione per il timore di apparire irriverente rispetto al progetto divino e si vergogna per la solo sospettata audacia nel giudizio.
Allora i muri cadenti tornano ad avere dignità all’occhio di chi all’alba intona un canto semplicemente umano. Pacificato nei ricordi aggiustati dalla saggezza e dai sacrifici che l’età comporta.


Fra il pubblico, attentissima, la madre del poeta.

L’intervento di Domenico Gilio si apre con la prospettiva di un dualismo oppositivo tra la pietra e il vento, tra l’esperienza ancestrale e la speranza, il sogno. L’amore per Acerenza non è rimpianto, né nostalgia ma questo profondo bisogno di comprendersi nel ritrovare le radici. Qui la natura appare coma madre primigenia, ma non c’è ribellione nè disagio. Nel dipanare il filo dell’esperienza il poeta non si limita a coglierne la prospettiva scientifica, va oltre per dare risposte impossibili ma capaci di appagare un bisogno profondo. La poesia attraverso una sospensione temporale sfocia in una possibilità positiva. La parola ci fa ritrovare la luce.

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