Don Michele Gala e la chiesetta di San Vincenzo

Pubblicato da Donato Pepe il 17 maggio 2011

Nel mese di maggio, di colpo, la graziosa chiesetta gentilizia di San Vincenzo ( Sam’nginz’ ) si rianimava: l’insistente, sottile e caratteristico suono della campanella annunciava l’arrivo della “novena alla Madonna”.
Ma già qualche giorno prima, però, Don Michele Gala dalla sua finestra avvisava mia madre dell’imminente avvio delle celebrazioni, invitandola a mandargli “ Caniucc’ “, mio fratello Canio, chierichetto prediletto dell’Arciprete, per impartirgli le necessarie istruzioni.
E cosĂŹ, per alcuni giorni, nella chiesa di San Vincenzo alla messa mattutina si aggiungevano le celebrazioni pomeridiane della novena alla Madonna.

In anticipo sull’inizio della liturgia del mattino, il vibrante e veloce suono della campanella della chiesetta svegliava noi bambini della zona, ancora profondamente assopiti prima di affrontare le quotidiane fatiche della giornata scolastica. Svegliarsi all’improvviso mi faceva sobbalzare. Ma subito dopo giungeva piacevole il forte garrito delle numerosi rondini che già si rincorrevano nel nostro limpido cielo, sfrecciando velocissime ed esibendosi in virate spericolate. E questo rendeva piacevole l’inizio della mia giornata.
D’un tratto, dai vicoli circostanti, arrivavano molte donne , ma anche uomini, per assistere alla celebrazione mattutina. Don Michele, con passo incerto ma attento, usciva dal suo palazzo, attraversava la strada ed entrava in chiesa per la vestizione e la celebrazione del rito, prima di recarsi nella sua tenuta di campagna, ai piani, dove trascorreva gran parte della giornata.
L’altro appuntamento religioso era quello del pomeriggio, la novena vera e propria. Quella, però, era anche l’ora della quotidiana ed interminabile partita di pallone giocata da noi bambini nel nostro “stadio cittadino”, Largo Seminario ( U’ S’m’na’r’i’ ), lo slargo adiacente a San Vincenzo. Ed a volte i fedeli presenti al rito, dal recito antistante la chiesetta, ci intimavano di smettere di giocare per non disturbare la recita delle preghiere.
Per la novena la chiesetta si riempiva subito fino alla porta. E come sempre, di corsa e vestito di tutto punto, arrivava trafelato anche il mitico Angelo Maria Calitri che, con la sua sapiente tecnica rianimava un improbabile strumento musicale presente in chiesa, con il quale accompagnava le lodi cantate con la sua potente voce.

Durante la celebrazione del pomeriggio, poi, dal finestrone posto sulla facciata di San Vincenzo filtrava una lama di luce che, nella penombra di quell’ambiente raccolto e dalle sfumature antiche, creava un’atmosfera calda e suggestiva. Dall’altare Don Michele, nei suoi paramenti sacri, con i movimenti lenti e la cupa voce, dava vita a un quadro che oggi appare come un fotogramma dell’ottocento.
Di Don Michele Gala mi piace ricordare un aneddoto visto dal mio terrazzo.
Con la bella stagione, apriva la finestra che affacciava sulla chiesa di San Vincenzo e poggiava sulla ringhiera del cibo per gli uccelli. Questi avevano stretto amicizia con il prelato e senza indugio, nĂŠ timore, entravano anche nella sua camera.
Dopo la sua morte, per qualche tempo, alcuni di questi uccellini non si davano pace nel trovare sbarrato il balcone del loro benefattore e, rimanendo in volo, con forza sbattevano il becco ai vetri della finestra per invitare il loro amico ad aprirla. Alcuni sbattevano così forte che sembrava volessero bucare quella resistente trasparenza. Ma il loro grande amico non c’era più!
Dino Salese

CANCELLARA: FESTEGGIAMENTI A SORPRESA PER I 101 ANNI DI ZIA LELLA

Pubblicato da Donato Pepe il 26 aprile 2011

“Cancellara brinda ad un nuovo compleanno ultracentenario”

C’è chi non si accontenta di raggiungere la soglia dei 100 anni e la supera con disinvoltura e temerarietà!
Questa volta è toccato alla sig.ra Libutti Maria Angela Raffaela, meglio conosciuta come “zia Lella”, che giovedì, 21 aprile, ha compiuto 101 anni.
Nell’uovo di Pasqua, quest’anno zia Lella ha trovato una sorpresa veramente inaspettata: non solo i familiari, nipoti e pronipoti, ma anche il parroco Don Giuseppe Calabrese, il primo cittadino Antonio LO RE, nonché una delegazione dell’amministrazione comunale e l’intero vicinato, hanno voluto porgerle gli auguri, promettendo di ritornare per altri anni ancora.
L’ultracentenaria interrompendo, almeno per un pomeriggio, il suo lavoro all’uncinetto e ai ferri, dopo aver superato la ritrosia iniziale, da vera padrona di casa, ha avuto un sorriso per tutti gli ospiti, dimostrando di gradire i complimenti e le coccole che i nipotini più piccoli le hanno tributato.

Pur non avendo generato prole, è stata la mamma di tutti i nipoti e pronipoti, sempre pronta a sacrificarsi, prodigarsi ed intervenire in ogni evenienza, con quell’ eloquente silenzio che racchiude la gioia del dare.
E, sempre in silenzio e instancabile, continua a confezionare, con le sue mani di fata, lavori a maglia e all’uncinetto per i bambini del terzo mondo.
Come ricambiare la sua straordinaria generosità? A zia Lella bastano solamente un po’ di affetto e una carezza per farle brillare gli occhi!

La triste storia di SILEO Rocco di Acerenza nel periodo borbonico

Pubblicato da Donato Pepe il 29 ottobre 2010

Trascrivo quanto riportato nel volume:
I BORBONI di NAPOLI per Alessandro Dumas – vol VI – Napoli – Stabilimento Tipografico del Plebiscito Chiaia 63 – anno 1863 – pagg. 155-158.
Michele Di Pietro

…Vi era ad Acerenza nella Basilicata un vecchio chiamato Rocco Sileo. Egli aveva raggiunto l’età di 66 anni, stimato da tutti i suoi concittadini che non avevano niente altro da rimproverargli che una troppo grande debolezza verso il suo primogenito, il quale, pel suo naturale corrotto, e le sue inclinazioni perverse, avrebbe dovuto, da lungo tempo, essere abbandonato da suo padre al suo cattivo destino. Ma egli, invece, sempre pronto a coprire, a via di danaro, i disordini di suo figlio, lo trasse due o tre volte, spendendo la più gran parte del suo avere, dalle mani de’ Giudici che, se fosse stato povero, l’avrebbero con¬dannato a morte, o almeno alla galera, ma sotto i due Principi francesi i codici essendo stati cambiali, e grandi riforme essendo state introdotte nella giustizia, non si poté, continuando il giovane ne’ suoi eccessi, ottenere un ordinanza di non costa in un affare per cui c’ era pena la morte. Per la prima volta l’affare fu proseguito dunque e il giovane Sileo trovato colpevole, fu condannato alla pena capitale (1809). La sentenza portava inoltre, come se si fosse voluto punire, il padre della sua debolezza verso suo figlio, che la giustizia sarebbe eseguita innanzi alla casa paterna. Il condannato ricorse in Cassazione.
Sileo il padre aveva preveduto la condanna, e, dopo aver fatto a Napoli presso tutte le autoritĂ  infruttuose istanze, avea lasciato il suo secondo figlio nella capitale perchĂŠ gli facesse conoscere subito, qualunque fosse, la sentenza della Corte di Cassazione.
Questa dichiarò il giudizio e buono e valido. Il secondo figlio di Sileo partì subito in posta, venne ad annunziare la notizia a suo padre. Tre giorni dopo l’intimazione della sentenza il colpevole doveva essere giustiziato.
Il corriere era arrivato prima che la notizia della sentenza fosse giunta alle autorità d’Acerenza. Il vecchio raccomandò a suo figlio di mantenere il più assoluto silenzio, poi andando alla prigione, ottenne dal Custode a forza di danaro che gli accordasse il favore di pranzare con suo figlio quel giorno stesso, o al più tardi, l’indomani.
Il custode avea bisogno d’un po’di tempo per fare i suoi preparativi; e fu deciso che il pranzo avrebbe luogo l’ indomani.
II padre si presentò alla prigione all’ora stabilita; fu introdotto presso suo figlio. Per le cure del Custode era stata apparecchiata una tavola, ed il pranzo seguì senza mestizia né allegria; il figlio ignorava che quel pranzo era per lui ciò che era pe’ condannati dell’ antichità il pranzo libero.
Alle frutta il vecchio Sileo disse a suo figlio:ora guardami, ed ascoltami.
II tono con cui queste parole furono pronunciate fè transalire il giovane. Egli guardò suo padre, il volto del vecchio era grave e solenne.
-Vi ascolto, padre mio, gli disse.
- Figlio, continuò il vecchio Sileo, la Corte ha respinto il nostro ricorso, domani questa decisione sarà conosciuta, e dopodomani sarai giustiziato, e dove? Qui nel tuo paese, innanzi alla casa ove sei nato. Tutti i beni che m’era acquistati con le mie fatiche sono stati divorati da te. Mi rimaneva una vigna, ultima risorsa contro la povertà l’ho venduta, ora è un mese: ed il ricavato è stato speso in passi iinutilmente fatti, per salvarti. Dunque eccoci poveri per fatto tuo, io, tua madre, i tuoi due fratelli, le tue tre sorelle. Avendoci già renduti poveri ci renderai tu anche infami aspettando che tu muoja per mano del carnefice? Io spero di no.
Se hai pietà della tua famiglia, e di te stesso, prendi questo veleno e bevilo, tu morrai allora con la benedizione di tuo padre, malgrado il male che gli hai fatto. Se il coraggio ti manca, io t’abbandono maledicendoti.
Ecco il veleno,
e gli presentò una bottigliuzza che conteneva un liquore giallastro.
Il giovane era rimasto muto di terrore nell’ ascoltare suo padre; ma quando egli ebbe finito,
- date, disse, con una voce soffocata.
Poi, senza esitare, versò il contenuto della bottigliuzza in un bicchiere, baciò la mano del vecchio, mormorò la parola grazie, e vuotò il bicchiere senza distogliere gli occhi da quelli di suo padre.
Si lasciò quindi cadere in ginocchio dinnanzi a lui. Il vecchio posegli la mano sulla testa, con l’altra fece tre volte il segno della croce, ed uscĂŹ.
AllorchÊ entrò il custode, il prigioniero era morto.
Si seppe contemporaneamente la conferma della sentenza, e la morte del giovane Sileo.
Il custode raccontò tutto ciò che poteva indovinare dell’avvenimento ed il vecchio fu arrestato come prevenuto d’avere ucciso suo figlio.
Fu facile il riconoscere la veritĂ , poichĂŠ II vecchio raccontò tutto; e siccome aveva realmente, di sua volontĂ , e con premeditazione, cagionato la morte di suo figlio, egli fu condannalo alla pena capitale. Solamente pronunziata la sentenza, la legge esitò. Infatti agli occhi della legge vi era delitto, mentre a quelli della morale non c’è n’era nessuno. Murat, innanzi al quale fu portato l’affare, dichiarò che non v’era luogo a’ far grazia per un delitto che fruttava al suo autore la pubblica ammirazione, e che pareva risalisse ad una di quelle azioni fatte da un Greco del tempo di Licurgo o da un Romano del tempo di Regolo. Egli ordinò dunque che il vecchio fosse posto in libertĂ  lasciando a Dio la cura di giudicare un’azione che sfuggiva al giudizio degli uomini…
Rocco Sileo, tornato in libertĂ , visse povero, afflitto ed onoratissimo.

Quest’episodio fu riportato in diversi testi stranieri:
- inglesi: nel libro THE KINGDOM OF NAPLES – vol. II – Edinburgh – 1858 – pagg. 139-140;
-francesi: nel libro HISTOIRE DE NAPLES – vol.III -1734-1825 – Paris – 1840 – pagg. 196-199;
-tedeschi: nel libro GESCHICHTE DES KONIGREICHS NEAPEL –Grimma 1848 – pagg.108-111

Di questa triste storia ne parlò, in versi, anche Ferrucci Luigi Crisostomo (1797-1877), studioso dantesco e scrittore di ogni genere di poesia – nella sua opera “ SCALA DI VITA – MEMORIALE – Firenze – 1852 – pagg. 141-142

Idee e proposte per una comunitĂ  multietnica

Pubblicato da Donato Pepe il 15 luglio 2010

Acerenza, in particolare nell’ultimo decennio si è trasformata, diventando da comunità emigrante a terra di immigrati. Infatti si è popolata di gente proveniente da paesi quali l’Albania, la Romania, la Bulgaria ecc. Tra questi molti sono bambini ed adolescenti, accolti ed integrati al meglio nella nostra piccola cittadina. Li si vede in giro con i giovani acheruntini, si scorgono i loro sguardi soddisfatti, si nota la policromia dei colori della pelle. Il tutto in un’armoniosa variazione di gioie e segreti condivisi. Sono dunque abituati alla realtà del nostro borgo: sanno apprezzarlo nella tenue nostalgia che in esso aleggia in inverno come anche e soprattutto nella più frizzante estate. Uno di loro afferma: “ per essere ancora più coinvolto e partecipe degli eventi organizzati nel mio paese, mi piacerebbe si programmasse un concerto con le musiche della mia terra dato che suono anche in un gruppo con degli amici di Acerenza”. “ Si potrebbe organizzare anche una sagra con i nostri prodotti tipici” aggiunge un altro “ magari con dei corsi notturni di balli popolari del nostro paese. “Sarebbero modi divertenti per rivivere la nostra cultura d’origine “gemellandola” con quella acheruntina”, conclude una ragazza. Insomma tante curiose e particolari idee per ampliare il nostro calendario di manifestazioni, dando a queste ultime un tocco originale e soprattutto internazionale!

Merisabell Calitri

TUNEIN’ LA FURN’AR’ (Antonio Grippo)

Pubblicato da Donato Pepe il 30 giugno 2010

Tonino al lavoro

Un vero personaggio Antonio Grippo, di professione barbiere, per tutti era TUNEIN’ LA FURN’AR’ , per me Zio Tonino.
Con l’arrivo dei primi temporali estivi, mi torna alla mente la sua irrefrenabile paura dei tuoni che riusciva a contenere solo rifugiandosi velocemente in luoghi affollati. Tutti sapevano di questa sua fobia, che suscitava anche ilarità, e per questo molti compaesani collaboravano trasportandolo di gran carriera in paese presso il caffè di “ Savèri’ U kaff’tti’r’ “.
Ma quello che rende TUNEIN’ LA FURN’AR’ un vero personaggio della nostra comunità è ben altro!
Suonava la chitarra, ma molto bene anche il mandolino. Con i suoi amici “portava le serenate” per le vie del paese e per molte coppie ha rappresentato la musica che ha allietato il loro matrimonio, insieme a “ Pasqualèin’ U mouup’ “ (Pasquale Mancaniello) e “ Mast‘ Pepp’ kacamurti’r’ “ (Giuseppe Franzese), gli altri componenti del gruppo. Ma la “serenata” l’ha portata anche a me quando sono nato, per festeggiare il nuovo arrivato.
Ma TUNEIN’ LA FURN’AR’ era soprattutto un conversatore, un grande intrattenitore, quasi un capocomico. Non si coglie appieno il personaggio se non lo si colloca sul suo palcoscenico naturale: “u salun’ d’mmi’nz’ la chiazz’, sott’ u’rllogg’ “, la sua bottega.
Le tre poltrone per i clienti da un lato e le tante sedie di legno allineate dall’altro, con al centro un ampio spazio libero. Poi c’erano gli ammennicoli sulle mensole e le numerose foto esposte che lo ritraevano in compagnia di politici, vescovi e personaggi famosi, che mostrava a tutti con grande orgoglio.
Per moltissimi anni il suo luogo di lavoro è stato anche il suo “teatro personale”. Mentre lavorava si esibiva in racconti quasi mirabolanti, nella declamazione di barzellette, nella rappresentazione di sceneggiate di vita quotidiana suggerite da quanto avveniva in paese, stimolate dall’arrivo in bottega (mi verrebbe da dire sul palcoscenico) di clienti o avventori che ben sapevano di “entrare in scena”, facendo (forse consapevolmente) da spalla al Capocomico TUNEIN’ LA FURN’AR’ .
Chi l’ha visto all’opera ricorda anche come roteava i suoi attrezzi di lavoro mentre si esibiva: forbici, pettini, rasoi, pennelli, spruzzate di profumo e sbattere di mantelline. Ed il cliente di turno, costretto sulla poltrona, a sua insaputa era strumento di scena, sicuramente divertito da quel che avveniva intorno a lui.
D’inverno, passando davanti al salone di TUNEIN’ LA FURN’AR’ , oltre i vetri appannati si sentiva il fragore di enormi e collettive risate. D’estate invece, a porte aperte, il fragore di quelle risate si propagava tra i passanti che, incuriositi, si fermavano chiedendo il motivo di tanta esagerata allegria.
TUNEIN’ LA FURN’AR’ era anche molto amato dai nostri compaesani emigrati, che da lontano gli inviavano cartoline di saluto da lui subito messe in mostra sugli ampi specchi del salone e in estate, al loro rientro, avevano sempre un piccolo regalo da consegnargli. Così le mensole ed il retrobottega erano pieni di tantissimi e strani souvenirs.
Poi bisognerebbe parlare della sua passione per il calcio, delle conversazioni tenute “sott’ u’rllogg’ “, delle trattative che faceva all’arrivo degli ambulanti “ mmi’nz’ u fuss’t’ “ oppure a “ u chiazz’il’ u pèscj’”, della sua sconfinata bontà d’animo e di tanto altro ancora!
Un ricordo del mio TUNEIN’ LA FURN’AR’. Nelle calde giornate di mezza estate quando all’ora di pranzo, chiusa la bottega, prima di rincasare si fermava al caffè di “ Savèri’ U kaff’tti’r’ “ e ritirava una bottiglia di gazzosa “Avena”. Poi proseguiva verso la “ Port’ d’ Sand’Cani’ “ con la piccola bottiglia dondolante tra le dita di una mano e nell’altra ben stretto un settimanale di “cronaca vera”, mentre lungo la strada deserta ed assolata lo accompagnava un sottofondo di canzoni di musica leggera o di notizie del giornale radio.

Dino Salese

allegra attesa

c'erano anche le istituzioni

in processione fra le autoritĂ 

il complesso

la gassosa di Tonino

gassosa Avena

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