Otto marzo: Ritratto di donna

Pubblicato da Donato Pepe il 6 marzo 2010

“Aiutami a tirar su la cerniera…â€

Nella camera d’un altro tempo, di quelle di fòrmica lucida, l’anziana signora, bassa e tonda, sta provando una gonna scura. Le piace perché ha le tasche che le consentiranno di andare in giro con le chiavi, un fazzoletto di stoffa ed i pochi spiccioli, senza la borsa, cui non è avvezza. Le sue braccia corte non hanno più l’agilità d’un tempo. E’ preoccupata di non poter tirar su la cerniera: vuole vedersi nella gonna nuova, pagata poco al mercato dietro casa. Non importa se dovrà spostare la cerniera sul lato, l’importante è che l’acquisto sia giusto nel suo insieme: lunghezza, peso, forma, prezzo, qualità della confezione.
Sorridendo divertita, mi avvicino, le chiudo la lampo, l’abbraccio. Lo specchio rimanda l’immagine di due donne appagate dal momento, con quel pizzico d’ironia verso la vita che le rende complici.
Zia Caterina sfoggia i suoi splendidi 70 anni, capelli bianco neve, corti quel tanto che le consente di modellarli a pieghe con quelle pinze antiche, lunghe e dentate. Qualche mese fa volle fare la permanente e al primo lavaggio mi apparve buffa, elettrizzata, scomposta nella sua naturalezza.
Appena sente crescerle dentro l’emozione, si sottrae all’abbraccio: “Meh! Va t’ specc’, tu tin tant ke fà!†(Dai, sbrigati, hai tanto da fare!)
L’incanto sembra rotto, ma si trasforma in una tenerezza pratica che mi avvolge con forza nella sua concretezza: “Min, firnisc’ d’ fà u geir pu m’rcat, ei t’ fazz l’ maccaroun a desc’t cu r ceim, acc’ssè fai a timp p’ quan vin marett!†(Dai, finisci di fare il giro nel mercato: io ti preparo la pasta di casa con le cime di zucca, così tuo marito troverà pronto il pranzo!).
Zia, ma non è una mia zia, è una donna d’altri tempi che ha adottato me, tutta la mia numerosa famiglia e non solo.
I suoi figli sono lontani. A loro è legata da un amore totale, per loro sacrificherebbe i suoi occhi, ma qui nella sua casa, tra le sue cose, ha bisogno di prendersi cura teneramente di qualcuno. Ella non farebbe mai il torto di dare ad altri quello che spetta loro, per norma e per diritto, ma ha una quotidianità di gesti e di espressioni che mi elargisce senza riserve.
Ormai vedova da anni, esprime quell’autonomia di pensiero che molte donne possiedono, ma che delegano da secoli ai loro uomini per rispetto dei ruoli: apprezzo tantissimo la sua capacità di reinventare la vita e renderla adeguata ai bisogni propri ed altrui.
Analfabeta, forse una delle ultime del piccolo paese appenninico, è stata a servizio presso una famiglia nobiliare fin dall’età di sette anni. Era poverissima, di quella condizione che diventa proverbiale nelle piccole comunità. Ha appreso le tecniche curative di base: fare le punture, rimettere a posto slogature, alleviare i dolori, conosce anche l’arte antica di togliere il malocchio e crede nella presenza di forze buone e cattive, va in Chiesa con perseveranza perché Dio la protegga da ciò che non conosce.
Di nulla sembra aver paura, ma i lampi e i tuoni le gelano il sangue: “Figlia mej m’appaour, ej non vuless ma m’ trem’n r’ gamm†(Figlia mia, ho paura, io non vorrei, ma mi tremano le gambe!). Le voglio bene, di quel bene che per metà è filiale e per metà materno.
Finito il mio giro nel piccolo mercato mensile, espletate altre incombenze postali e bancarie, torno da lei sorridendo. Ripenso a quando mi ha chiesto conferme sulle informazioni che le avevano fornito in banca. Sì, perché zia Caterina, analfabeta, conserva i suoi risparmi in banca. Lì, potranno prenderli per il suo ultimo viaggio, che vuole decoroso e senza improvvisazioni. Mi avvicino alla sua casa, sua perché l’ha riscattata con la pensione dall’Ina Casa. E’ sua, ma di uso collettivo: Zia si sveglia intorno alle sei del mattino per ordinarla, per rifare il letto nella stanza dove il grande specchio dell’armadio riflette il suo ordine essenziale. Alle otto aprono le bancarelle del mercatino giornaliero e la sua camera diventa camerino di prova per gli acquisti di giovani donne, che a gruppi si aiutano nella scelta. Zia Caterina ha sempre la caffettiera pronta, sia per essere ospitale, sia per potersi ritirare e lasciare le ospiti libere di pavoneggiarsi nelle loro nudità.
Abita un pianterreno con ingresso a mo’ di balcone, dal profumo di basilico, di gerani e di altre piante allegre e curate, che lei ha chiuso con un piccolo cancello leggero perché i bambini non escano sulla strada. Quel piccolo spazio è il luogo di sosta estiva per lei e per le sue amiche che abitano piani alti, appartamenti moderni da cui escono volentieri per incontrarsi ed a cui tornano con fatica a causa delle scale.
E’ lo spazio del giornale orale quotidiano. Ci s’informa di tutto: nascite, morti, matrimoni, fidanzamenti, successi, disgrazie, arrivi, partenze, costo della vita, vita dei figli, dei nipoti, dei generi, delle nuore, politica locale, memorie storiche filtrate di buonsenso, di esperienze, di stupore e d’incredulità.
A volte nei pomeriggi in cui la noia e la stanchezza mi attanagliano, vado da loro e mi sento avvolta di benevolenza. Ripetono tutto per me, in misto italiano, mi chiedono pareri che io elaboro in fretta e con affetto per rendere più vicini i vissuti generazionali. Spesso si fermano anche uomini, ex mariti di compagne che non ci sono più. Il clima conserva un sapore antico di convivenza stretta, come quando si viveva anche in sei in una stanza-casa.
Quel salotto mi affascina come una rassegna di ritratti d’autore. I loro visi, rugosi, sembrano simili, ma ascoltando le loro narrazioni mi accorgo delle molteplici esperienze che oggi sono diventate: tolleranza, rassegnazione, solitudine, dipendenza.
C’è una nonna che vive dei successi dei nipoti, per i quali risparmia anche l’aria; un’altra che ha saputo conservare il nomignolo di “Mamminaâ€, si è sempre fatta viziare da tutti ed ora conserva quell’espressione infantile e conciliante che riesce a renderla importante; un’altra che vive il ruolo di Madonna Addolorata, la cui presenza incombe sul gruppo come una pena inesauribile; c’è poi Zia Lucia, una signora ultraottantenne che trascorre l’inverno in città in un appartamento caldo dove però si sente a disagio: ha una cognata all’Ospizio, come dice lei, ed è terrorizzata dall’idea di finire in quel luogo, dove l’amicizia non è spontanea e la si rifiuta come il cibo, gli orari e le cure; c’è anche una donna che ha un genero ‘Professore’ e questo basta a darle prestigio.
Strane figure di una generazione speciale, l’unica che ha veramente visto nascere gli italiani e, forse, gli europei. Sì, perché come prima si parlava delle contrade ove si svolgevano i lavori nei campi e dei vari gruppi familiari, ora si parla di regioni lontane e straniere e le estati sono rientri, arrivi e sfoggi di modelli di vita, di colori umani, di beni e di lingue che non stupiscono più.
Una generazione sorpresa dal potere della cultura e dell’informazione di massa, che nel piccolo centro isolato ha annullato distanze di tempi, di spazi tortuosi e di linguaggi locali che impedivano scambi d’ogni genere e rendevano potenti i ‘zanzan’: figure di mediazione tra italiano e dialetto, intermediari nei commerci fuori paese, solutori di beghe legali.
Ora sono qui: la porta è come al solito socchiusa, un odore morbido, buono, di pomodorini soffritti in olio e aglio, con quel pizzico di peperoncino che ha sempre reso stuzzicante il cibo povero, mi riempie il naso e la mente.
Il pranzo è pronto: piatto unico e abbondante per tutti. Un pranzo come lei: unica e abbondante in tutto, semplice e piccante.
Prendo dalle sue mani il contenitore con il pranzo caldo e m’immergo nella mia quotidianità.
A sera telefono ai miei figli, lontani per studiare. Marina mi parla della sua stanchezza giornaliera che somatizza in forme di mal di testa.
“Mamma, cosa posso prendere?â€
“Chiama Zia Caterina!â€
“La mia Zia Ketty! Chiamo subito prima che vada a letto!†Sorridiamo entrambe, sappiamo che lacrimerà mentre prega contro il malocchio, ma questo ci farà godere di quella fede negata alla forza dell’empatia.
Zia Ketty per i giovani, ovvero zia Caterina per me, m’insegna a tirar su la cerniera fra generazioni, fra linguaggi, fra tempi di povertà e tempi “usa e gettaâ€, con la morbidezza dei suoi gesti e del suo cuore.
Una cerniera lunga di sensi e non sensi, di giorni di passato e di futuro che ogni persona deve imparare a “tirar su†senza fretta, senza fine.

Qualche anno dopo…

Oggi ho vissuto in prima persona un cambiamento epocale.
L’emigrazione di genitori anziani, soli o comunque incerti, come scelta progettuale di una vecchiaia sicura presso i figli, emigrati anni fa per motivi di studio, poi di lavoro e infine per amore di qualcuno che acheruntino non è di nascita.
Zia Caterina, una dolcissima nonna di 75 anni, sola da un decennio, ha scelto di vendere quanto aveva acquistato lavorando e risparmiando una vita ed è andata a svernare il suo tempo altrove. E.. non è la prima e certamente non sarà l’ultima.
Cosa dirle?
Grazie Zia, porti con te un tempo, che ti ha vista crescere mentre tutto si trasformava velocemente, i ricordi che pochi potranno ancora colorare con i toni della tua sagacia saggia e semplice. Non ho visto scendere una lacrima, perché la forza di una donna antica sicuramente cede nella solitudine della notte.
Ciao Zia, so che ti troverò sempre accogliente, materna ed acheruntina ovunque tu ti fermerai e ti sono grata perché mi precedi, come MAESTRA, nell’accettazione della vita e nell’adattabilità serena al cambiamento.

Antonietta Pepe

La Chiesa di San Marco fuori le mura.

Pubblicato da Donato Pepe il 22 aprile 2009

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Il nostro web in dialogo con la cittadinanza e con gli studiosi dà informazioni, suscità curiosità, innesca ricerca, promuove conoscenza.
Non voglio aggiungere nulla al testo di Michele di Pietro che ci offre un altro contributo prezioso alla conoscenza di Acerenza scomparsa. Spero che si sviluppi su questo post un ampio dibattito. Consentitemi soltanto di ringraziare l’amico Di Pietro e la redazione del Lucano perchè ci consente di riproporre sul web queste pagine e soprattutto per l’attenzione che dedica alla nostra comunità.

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Carnevale, quando la festa ti aiuta a riflettere!

Pubblicato da Donato Pepe il 4 marzo 2009
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Provate a far scorrere questi due video ed a ricavarne una riflessione, poi, se vi aggrada, condividetela con noi.

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A me è accaduto di non essere riuscito a leggere interamente i messaggi perchè il video mi è apparso troppo veloce rispetto ai miei tempi di ricezione. Non vi pare che questa potrebbe essere una metafora della vita? Potrebbe dirci molto di più anche la nostra personale esperienza se provassimo ad andare più piano per garantirci più tempo per l’osservazione, l’ascolto e per la riflessione.

Questo piccolo video però ci consente di ritornare sui messaggi, per fermarci un attimo a pensare.Festina lente. Affrettati, ma non farti mancare il tempo per riflettere.

Su questo concetto ritorneremo. Ringraziamo l’Intangible Cultural Heritage Network e Raffaello Simenoni, autore della musica, per questo stimolo che ci hanno voluto offrire.

Un libro da non perdere.

Pubblicato da Donato Pepe il 20 dicembre 2008

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Lucania – Miti, Feste e Riti. Di Pasquale Ciliento e Raffaele Nigro.

Centinaia e centinaia di documenti fotografici raccolti da Pasquale Ciliento a testimonianza dell’amore per una terra e per un popolo che custodisce un patrimonio culturale e spirituale tra i più ricchi del mediterraneo.

Il libro ha una bellissima ed interessante introduzione di Raffaele Nigro che descrive i fenomeni culturali fissati sulla pellicola da Pasquale Ciliento.

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Per un piccolo assaggio…
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I lucani a Castelnuovo. Un felice esempio di integrazione.

Pubblicato da Donato Pepe il 18 ottobre 2008

Tonino di Bono, acheruntino doc, emigrato da molti anni, ci ha parlato della sua esperienza di integrazione in un piccolo comune del Piemonte che caratterizza la propria identità civile nel culto della vite e delle tradizioni contadine. Quello che sorprende di questa piccola comunità del nord è l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati dalla Lucania.

A Castelnuovo il folklore è centrato appunto sulla viticultura, i due personaggi simbolo della comunità sono:


Monsù Freisa e Madama Malvasia.

Tonino Di Bono ne parla come due personaggi identità nei quali si identificano tutti a Castelnuovo, persino gli immigrati. Eccoli inquadrati nel gruppo folkloristico del paese.

La cosa davvero interessante è che il folto gruppo di immigrati lucani ha organizzato a sua volta un coro lucano che partecipa con grande successo alle manifestazioni folkloristiche locali e regionali.

Queste immagini sono tratte da un depliant di promozione redatto dal comune in occasione della IV edizione della Festa del Folklore. Come si vede i cittadini di questo piccolo, ma moralmente e culturalmente GRANDE PAESE, hanno saputo valorizzare la tradizione per promuovere l’economia, hanno inoltre saputo fondere nei processi di identità civile le proprie tradizioni con quelle degli immigrati lucani. E’ una grande lezione di civiltà.

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