UNA SPERANZA DA CONSEGNARE… E COLTIVARE…
“Il compito educativo della Chiesa: una speranza da consegnare”.
Questo il tema del convegno ecclesiale diocesano tenutosi nei giorni 16,17 e 18 settembre 2009 nel villaggio gala Tabor di Acerenza. Ennesima possibilità di confronto e dialogo offerta a tutte le comunità diocesane, che si sono riunite in numerosa rappresentanza per discutere del centro della vita di ogni cristiano: la Chiesa. L’evento si è aperto intorno alle ore 15.30, con il sempre presente saluto di Sua Eccellenza, Mons. Giovanni Ricchiuti, che partendo proprio dal tema prescelto, si è soffermato sull’importanza della comunità, mettendo in evidenza un trinomio-sfida indispensabile nel mondo odierno. CHIESA-SCUOLA-LAVORO! Queste le tre parole che in alleanza tra loro potrebbero essere salda ancora della comunità cristiana di oggi e perché no, di domani. “Bisogna trasmettere l’educazione alla vita cristiana ai giovani per dar loro la spinta ed il coraggio per incamminarsi nelle difficoltà del quotidiano.
L’educazione è una speranza da trasmettere”, ha affermato con convinzione Don Giovanni. Alle 16.30 circa ognuno è stato chiamato all’ascolto ed alla riflessione dell’interessante relazione della Dott.ssa Marianna Pacucci che ha argomentato su “I cambiamenti socio culturali e la parrocchia nel contesto odierno”. Si è, quindi, soffermata su un primo punto basilare: “il nostro lavoro consiste nel guardare allo scenario ecclesiale delle nostre comunità”. “La chiesa del sud”, ha continuato, “è abituata a muoversi nelle emergenze e questo modo di fare non permette di cogliere la giusta strada dell’educazione alla Parola di Dio”. Ha reso inoltre note le varianti della parola “vocazione”. Vi è l’in-vocazione, vista come conquista della “felicità”, la pro-vocazione e la con-vocazione. Ad ogni modo, secondo la Pacucci, la chiave che ci permette di entrare in relazione con il bisogno dell’altro è il dialogo. Viene fuori una cosa interessante: educare vuol dire insegnare ed imparare a pensare. La mancanza di educazione, coincide dunque con la pretesa di neutralità etica. La Dott.ssa ha ribadito che è sempre possibile capire chi siamo e dove siamo e che la modernità ci fa comprendere che la soggettività non basta a conoscere il mondo. “La nostra generazione” ha concluso “è in bilico fra il vivere ed il sopravvivere.
Bisogna rieducare alla cultura del tempo e dello spazio rimettendo in gioco i giacimenti di senso, costruendo paradigmi in cui l’incertezza può divenire trampolino di lancio. Si deve EVANGEDUCARE: annunciare il Vangelo educando, approdare ad una comunità che renda pedagogico ogni carisma esistenziale”. Al termine dell’intensa relazione, ognuno si è conceduto un meritato break al quale è seguito il momento più “creativo” della giornata: il lavoro di gruppo. Quest’ultimo, il giorno 16, è consistito nell’individuare le priorità o sfide educative del proprio territorio, poi discusse in assemblea. La preghiera conclusiva dà appuntamento all’indomani. Il 17, giorno centrale del convegno, dopo le consuete lodi si passa all’altrettanto interessante argomentazione del Prof. Don Vito Orlando, di origini lucane, il quale fa riflettere riguardo “la parrocchia comunità educante”. Il suo intervento pone l’emergenza di “una pastorale educante”. Ritorna dunque un termine della giornata precedente: evangeducando = evangelizzare educando ed educare evangelizzando. Il tutto ispirandosi alla pedagogia della fede. Per far ciò, però, conferma Don Vito, urge la presenza effettiva della comunità, vista come diversità di presenze. È normale che la parrocchia incontri incertezza e fatica per il cambiamento ambientale in atto, per la perdita di identità culturale della comunità ecclesiale, per la scarsa consapevolezza degli operatori di agire a nome della comunità ecc… Nonostante tutto le soluzioni ci sono… L’importante è essere uniti e determinati nel perseguire un unico fine anche se con mezzi diversi. Bisogna percorrere un itinerario di fede diventando testimoni credibili, attenti all’essere oltre che al dire.
È essenziale recuperare i valori che muovono l’uomo in quanto creatura divina, affinchè questi diventino l’anima della vita e siano lì dove questa “si gioca”. Al termine ancora un break e poi gruppi! Questa volta bisogna però individuare le azioni in atto e quelle fattibili per rispondere alle sfide. Questo lavoro “territoriale” si è concluso il giorno 18, ultimo del convegno, nel quale si sono ricercati i modi effettivi per lo sviluppo possibile di un coordinamento pastorale. Tre giorni intensi vissuti veramente fino in fondo con attenzione, contemplazione, meditazione e condivisione. Tante sono state le proposte, molte le plausibili risoluzioni a problemi che tante volte albergano essenzialmente nell’animo umano. Purtroppo l’epoca che corre impone dei falsi idoli e dei finti modelli da seguire e non soltanto i giovani vengono indotti alla sola soddisfazione dei bisogni materiali. Tante volte non ci si chiede “chi siamo?”, “dove andiamo?” “chi è Dio?” e “cosa ho fatto per essere vivo? Per essere sostanza del dono più bello che esiste?” Semplici domande esistenziali che rasentano la banalità potrebbero essere punto chiave di ripresa per una comunità, per una Chiesa, per una vita fatta di senso. Ed il senso , l’unico senso dell’uomo, a qualunque religione appartenga, è colui che il cristiano chiama Dio e che chi non crede chiamerà amore, o vita. In fondo sono varianti di un unico tema. Il convegno si è chiuso ufficialmente con la celebrazione eucaristica presieduta da Mons. Ricchiuti, in Basilica Cattedrale. Un messaggio oltrepassa le barriere della razionalità e dei progetti relazionali e diventa stimolo immediato di ricerca di sé stessi in Cristo: Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza…Noi siamo come Lui, un briciolo della Sua assenza alberga nella nostra anima, nelle nostre membra e dobbiamo coltivarlo con l’educazione alla speranza, intramontabile fiaccola di vita…





