âAiutami a tirar su la cernieraâŚâ
Nella camera dâun altro tempo, di quelle di fòrmica lucida, lâanziana signora, bassa e tonda, sta provando una gonna scura. Le piace perchĂŠ ha le tasche che le consentiranno di andare in giro con le chiavi, un fazzoletto di stoffa ed i pochi spiccioli, senza la borsa, cui non è avvezza. Le sue braccia corte non hanno piĂš lâagilitĂ dâun tempo. Eâ preoccupata di non poter tirar su la cerniera: vuole vedersi nella gonna nuova, pagata poco al mercato dietro casa. Non importa se dovrĂ spostare la cerniera sul lato, lâimportante è che lâacquisto sia giusto nel suo insieme: lunghezza, peso, forma, prezzo, qualitĂ della confezione.
Sorridendo divertita, mi avvicino, le chiudo la lampo, lâabbraccio. Lo specchio rimanda lâimmagine di due donne appagate dal momento, con quel pizzico dâironia verso la vita che le rende complici.
Zia Caterina sfoggia i suoi splendidi 70 anni, capelli bianco neve, corti quel tanto che le consente di modellarli a pieghe con quelle pinze antiche, lunghe e dentate. Qualche mese fa volle fare la permanente e al primo lavaggio mi apparve buffa, elettrizzata, scomposta nella sua naturalezza.
Appena sente crescerle dentro lâemozione, si sottrae allâabbraccio: âMeh! Va tâ speccâ, tu tin tant ke fĂ !â (Dai, sbrigati, hai tanto da fare!)
Lâincanto sembra rotto, ma si trasforma in una tenerezza pratica che mi avvolge con forza nella sua concretezza: âMin, firniscâ dâ fĂ u geir pu mârcat, ei tâ fazz lâ maccaroun a descât cu r ceim, accâssè fai a timp pâ quan vin marett!â (Dai, finisci di fare il giro nel mercato: io ti preparo la pasta di casa con le cime di zucca, cosĂŹ tuo marito troverĂ pronto il pranzo!).
Zia, ma non è una mia zia, è una donna dâaltri tempi che ha adottato me, tutta la mia numerosa famiglia e non solo.
I suoi figli sono lontani. A loro è legata da un amore totale, per loro sacrificherebbe i suoi occhi, ma qui nella sua casa, tra le sue cose, ha bisogno di prendersi cura teneramente di qualcuno. Ella non farebbe mai il torto di dare ad altri quello che spetta loro, per norma e per diritto, ma ha una quotidianità di gesti e di espressioni che mi elargisce senza riserve.
Ormai vedova da anni, esprime quellâautonomia di pensiero che molte donne possiedono, ma che delegano da secoli ai loro uomini per rispetto dei ruoli: apprezzo tantissimo la sua capacitĂ di reinventare la vita e renderla adeguata ai bisogni propri ed altrui.
Analfabeta, forse una delle ultime del piccolo paese appenninico, è stata a servizio presso una famiglia nobiliare fin dallâetĂ di sette anni. Era poverissima, di quella condizione che diventa proverbiale nelle piccole comunitĂ . Ha appreso le tecniche curative di base: fare le punture, rimettere a posto slogature, alleviare i dolori, conosce anche lâarte antica di togliere il malocchio e crede nella presenza di forze buone e cattive, va in Chiesa con perseveranza perchĂŠ Dio la protegga da ciò che non conosce.
Di nulla sembra aver paura, ma i lampi e i tuoni le gelano il sangue: âFiglia mej mâappaour, ej non vuless ma mâ tremân râ gammâ (Figlia mia, ho paura, io non vorrei, ma mi tremano le gambe!). Le voglio bene, di quel bene che per metà è filiale e per metĂ materno.
Finito il mio giro nel piccolo mercato mensile, espletate altre incombenze postali e bancarie, torno da lei sorridendo. Ripenso a quando mi ha chiesto conferme sulle informazioni che le avevano fornito in banca. SĂŹ, perchĂŠ zia Caterina, analfabeta, conserva i suoi risparmi in banca. LĂŹ, potranno prenderli per il suo ultimo viaggio, che vuole decoroso e senza improvvisazioni. Mi avvicino alla sua casa, sua perchĂŠ lâha riscattata con la pensione dallâIna Casa. Eâ sua, ma di uso collettivo: Zia si sveglia intorno alle sei del mattino per ordinarla, per rifare il letto nella stanza dove il grande specchio dellâarmadio riflette il suo ordine essenziale. Alle otto aprono le bancarelle del mercatino giornaliero e la sua camera diventa camerino di prova per gli acquisti di giovani donne, che a gruppi si aiutano nella scelta. Zia Caterina ha sempre la caffettiera pronta, sia per essere ospitale, sia per potersi ritirare e lasciare le ospiti libere di pavoneggiarsi nelle loro nuditĂ .
Abita un pianterreno con ingresso a moâ di balcone, dal profumo di basilico, di gerani e di altre piante allegre e curate, che lei ha chiuso con un piccolo cancello leggero perchĂŠ i bambini non escano sulla strada. Quel piccolo spazio è il luogo di sosta estiva per lei e per le sue amiche che abitano piani alti, appartamenti moderni da cui escono volentieri per incontrarsi ed a cui tornano con fatica a causa delle scale.
Eâ lo spazio del giornale orale quotidiano. Ci sâinforma di tutto: nascite, morti, matrimoni, fidanzamenti, successi, disgrazie, arrivi, partenze, costo della vita, vita dei figli, dei nipoti, dei generi, delle nuore, politica locale, memorie storiche filtrate di buonsenso, di esperienze, di stupore e dâincredulitĂ .
A volte nei pomeriggi in cui la noia e la stanchezza mi attanagliano, vado da loro e mi sento avvolta di benevolenza. Ripetono tutto per me, in misto italiano, mi chiedono pareri che io elaboro in fretta e con affetto per rendere piĂš vicini i vissuti generazionali. Spesso si fermano anche uomini, ex mariti di compagne che non ci sono piĂš. Il clima conserva un sapore antico di convivenza stretta, come quando si viveva anche in sei in una stanza-casa.
Quel salotto mi affascina come una rassegna di ritratti dâautore. I loro visi, rugosi, sembrano simili, ma ascoltando le loro narrazioni mi accorgo delle molteplici esperienze che oggi sono diventate: tolleranza, rassegnazione, solitudine, dipendenza.
Câè una nonna che vive dei successi dei nipoti, per i quali risparmia anche lâaria; unâaltra che ha saputo conservare il nomignolo di âMamminaâ, si è sempre fatta viziare da tutti ed ora conserva quellâespressione infantile e conciliante che riesce a renderla importante; unâaltra che vive il ruolo di Madonna Addolorata, la cui presenza incombe sul gruppo come una pena inesauribile; câè poi Zia Lucia, una signora ultraottantenne che trascorre lâinverno in cittĂ in un appartamento caldo dove però si sente a disagio: ha una cognata allâOspizio, come dice lei, ed è terrorizzata dallâidea di finire in quel luogo, dove lâamicizia non è spontanea e la si rifiuta come il cibo, gli orari e le cure; câè anche una donna che ha un genero âProfessoreâ e questo basta a darle prestigio.
Strane figure di una generazione speciale, lâunica che ha veramente visto nascere gli italiani e, forse, gli europei. SĂŹ, perchĂŠ come prima si parlava delle contrade ove si svolgevano i lavori nei campi e dei vari gruppi familiari, ora si parla di regioni lontane e straniere e le estati sono rientri, arrivi e sfoggi di modelli di vita, di colori umani, di beni e di lingue che non stupiscono piĂš.
Una generazione sorpresa dal potere della cultura e dellâinformazione di massa, che nel piccolo centro isolato ha annullato distanze di tempi, di spazi tortuosi e di linguaggi locali che impedivano scambi dâogni genere e rendevano potenti i âzanzanâ: figure di mediazione tra italiano e dialetto, intermediari nei commerci fuori paese, solutori di beghe legali.
Ora sono qui: la porta è come al solito socchiusa, un odore morbido, buono, di pomodorini soffritti in olio e aglio, con quel pizzico di peperoncino che ha sempre reso stuzzicante il cibo povero, mi riempie il naso e la mente.
Il pranzo è pronto: piatto unico e abbondante per tutti. Un pranzo come lei: unica e abbondante in tutto, semplice e piccante.
Prendo dalle sue mani il contenitore con il pranzo caldo e mâimmergo nella mia quotidianitĂ .
A sera telefono ai miei figli, lontani per studiare. Marina mi parla della sua stanchezza giornaliera che somatizza in forme di mal di testa.
âMamma, cosa posso prendere?â
âChiama Zia Caterina!â
âLa mia Zia Ketty! Chiamo subito prima che vada a letto!â Sorridiamo entrambe, sappiamo che lacrimerĂ mentre prega contro il malocchio, ma questo ci farĂ godere di quella fede negata alla forza dellâempatia.
Zia Ketty per i giovani, ovvero zia Caterina per me, mâinsegna a tirar su la cerniera fra generazioni, fra linguaggi, fra tempi di povertĂ e tempi âusa e gettaâ, con la morbidezza dei suoi gesti e del suo cuore.
Una cerniera lunga di sensi e non sensi, di giorni di passato e di futuro che ogni persona deve imparare a âtirar suâ senza fretta, senza fine.
Qualche anno dopo…
Oggi ho vissuto in prima persona un cambiamento epocale.
Lâemigrazione di genitori anziani, soli o comunque incerti, come scelta progettuale di una vecchiaia sicura presso i figli, emigrati anni fa per motivi di studio, poi di lavoro e infine per amore di qualcuno che acheruntino non è di nascita.
Zia Caterina, una dolcissima nonna di 75 anni, sola da un decennio, ha scelto di vendere quanto aveva acquistato lavorando e risparmiando una vita ed è andata a svernare il suo tempo altrove. E.. non è la prima e certamente non sarĂ lâultima.
Cosa dirle?
Grazie Zia, porti con te un tempo, che ti ha vista crescere mentre tutto si trasformava velocemente, i ricordi che pochi potranno ancora colorare con i toni della tua sagacia saggia e semplice. Non ho visto scendere una lacrima, perchĂŠ la forza di una donna antica sicuramente cede nella solitudine della notte.
Ciao Zia, so che ti troverò sempre accogliente, materna ed acheruntina ovunque tu ti fermerai e ti sono grata perchĂŠ mi precedi, come MAESTRA, nellâaccettazione della vita e nellâadattabilitĂ serena al cambiamento.
Antonietta Pepe
