Dream People di Roberto Cancellara

Festa di S. Biagio a Cancellara: tra benedizione e peccati… di gola

Pubblicato da Alberico Anobile il 8 febbraio 2010

Anche quest’anno, la mattina del 3 febbraio, i bambini di Cancellara sono stati piacevolmente destati dalle note diffuse dalla Banda Musicale durante il tradizionale giro per le vie del paese.
E’ così che hanno inizio i festeggiamenti per S. Biagio, patrono di questo comune lucano, il cui culto risale a molti secoli fa; non tutti sapranno, infatti, che S. Biagio era un vescovo, oltrechè medico, originario di Sebaste – in Armenia – vissuto tra il III e i IV secolo. Fatto prigioniero dai Romani, venne straziato con i pettini di ferro usati per cardare la lana.
I cancellaresi, da sempre devotissimi al loro patrono, anche quest’anno si sono raccolti numerosi nella Chiesa Madre per ascoltare la Santa Messa celebrata da S.E. Mons.Giovanni Ricchiuti – Arcivescovo di Acerenza – cui ha fatto seguito, come previsto dal rito cattolico, la benedizione ai fedeli intervenuti e la solenne processione per le strade del paese con il simulacro del Santo.
Esaurita la dimensione religiosa, tutti a casa per degustare il pranzo dal quale, ovviamente, non poteva mancare la celebre salsiccia – prodotto tipico che da anni si associa alla festivitĂ  patronale – nota per la sua genuinitĂ  e prelibatezza.
Nel pomeriggio, intorno alle 17.30, ancora un appuntamento religioso: la benedizione della gola di cui S.Biagio è protettore e la distribuzione dei panini benedetti; si tramanda, infatti, che S.Biagio abbia curato miracolosamente un bambino che rischiava di soffocare, per aver ingerito una lisca di pesce, invitandolo a deglutire una mollica di pane.
Al termine della celebrazione, è stato possibile visitare la mostra fotografica dedicata a don Giuseppe Libutti, parroco locale morto esattamente 35 anni fa; la mostra, che rimarrĂ  aperta fino a domenica 7 febbraio, illustra le tappe fondamentali della vita di don Peppino, proponendo numerose fotografie di battesimi, matrimoni, comunioni e cresime in cui i curiosi visitatori, con una nota di nostalgia, si sono divertiti a riconoscere amici e parenti. L’evento organizzato dall’Unitre ha previsto, inoltre, una raccolta fondi per i terremotati di Haiti.

Non solo religione e cultura a Cancellara: la regina della serata è stata, come da tradizione, la salsiccia prodotta artiginalmente seguendo con rigore l’antica ricetta. E’ stato possibile gustarla in tutte le salse: nella pasta fatta in casa, sulla pizza o in caldi panini preparati al momento. Salumi e formaggi vari, crostini con olio locale, un buon bicchiere di vino hanno deliziato i numerosi visitatori che affollavano gli stands opportunamente allestiti in Piazza Sedile. E per dessert? Niente paura! Calde e croccanti “crustl”, frittelle tipiche natalizie, hanno soddisfatto i palati piĂą esigenti. Nel contempo il trio “LatinLiscio” ha allietato la serata, spingendo al ballo il folto pubblico presente che ha potuto divertirsi, nonostante i cappotti e le sciarpe ingombranti, tra il tradizionale liscio ed i coinvolgenti ritmi latino-americani. Infine alle ore 23.00, sul castello di Cancellara sono piovuti coloratissimi fuochi d’artificio che hanno tenuto tutti i presenti col naso all’insĂą. E dopo l’apprezzatissimo spettacolo pirotecnico ancora musica, danze e salsiccia in quantitĂ .

Pertanto, anche quest’anno, bilancio positivo per la festa di S. Biagio testimoniato dalla massiccia affluenza di visitatori che hanno particolarmente gradito questo cocktail dal sapore nostrano, un mix di tradizione culinaria, religiosa, culturale e folkloristica. Per tutti coloro che hanno perso l’evento o che vorranno rituffarsi ancora nella magica atmosfera festaiola condita dai sapori cancellaresi, basterĂ  pazientare fino a settembre quando, molto probabilmente, si terrĂ  la seconda edizione del “SalsicciaFestival”.

Giovanna Pietragalla

Vivono di poco e … nonostante ciò vivono “felici”.

Pubblicato da Donato Pepe il 7 febbraio 2010

Abbiamo dato notizia della partenza della delegazione diocesana che si è recata in Africa, in Guinea Bissau, luogo di missione di Padre Antonio Grillo. Ho atteso il loro ritorno per raccogliere le loro emozioni ed il loro racconto.
I ricordi sono lucidi, come lucidi sono gli occhi di chi racconta. Sembrano materializzare immagini indimenticabili e di grandissima suggestione.
Per favore, non vorrei essere citato mi ha detto uno dei protagonisti, ma io lì ci torno e mi fermo con loro per tutto il tempo che posso. E’ stato troppo bello. Certo non è stato facile! Non si può rimanere indifferenti di fronte a tanta povertĂ . Tuttavia negli occhi dei bambini e delle persone adulte c’era una invidiabile serenitĂ . La cosa che piĂą mi ha emozionato fino alle lacrime è stato vedere quanto bene ha potuto fare in quelle terre Padre Antonio. La gente accorreva dai villaggi lontani per vederlo e per rinnovare la loro gratitudine e la loro venerazione.

Una donna anziana ha affidato alla nostra delegazione 200 euro per i terremotati di Haiti. Per loro è una somma molto rilevante li ha raccolti in tutto il villaggio, tra cristiani, animisti e musulmani, e li ha affidati a noi perchè di noi hanno fiducia.
Una realizzazione mirabile il liceo intitolato a Padre Antonio, non ci sono abbastanza aule e i ragazzi fanno i turni per entrare nelle aule. Era commovente vedere tanti ragazzi che aspettavano fuori in attesa del loro turno e intanti si facevano i compiti appoggiati a scrittoi di fortuna, alcuni facevano i compiti poggiando i loro quaderni sulle ruote di ferro di un trattore agricolo arrugginito.
Giovanna Grillo ci ha scritto:

Dell’esperienza in Guinea Bissau ciò che commuove è l’osservare il senso di gratitudine che le persone hanno, indipendentemente dalla loro etnia, balanta o mandinga, indipendentemente dalla loro religione, animisti, mussulmani o cattolici… Oso pensare che questo è il vero motivo che ha indotto Padre Antonio Grillo a vivere tra quella gente per così tanti anni, e superare ogni paura…il loro senso di gratitudine, il loro sorriso, il loro modo di vivere. Durante il nostro viaggio ci capitava di confrontare le nostre idee, ciò che ci domandavamo ripetutamente è se il loro modo di vivere è migliore o peggiore del nostro o magari diverso, ovviamente le risposte al quesito erano varie…

Sicuramnete eistono differenze percepibili ad occhio nudo, il forte rispetto dei ruoli, l’armonia che tutti hanno durante la celebrazione della santa messa, il loro sembrare una grande e unita famiglia. Visibili alcuni aspetti di inciviltĂ  ma con questo intendo dire la condizioni igenico-sanitarie, l’inesistenza di reti stradali e di vie di comunicazione, ma altrattanto visibile la loro armonia, il loro vivere di poco, forse perchè di piĂą non hanno o forse perchè di piĂą non conoscono…ma, nonostante ciò il vivere “felici”.

Da tutti i racconti è emerso la grande dignità delle donne africane, molte incinte, altre con i figli a seguito, serene, impegnate, con andamento regale. Alcune sofferenti nei lebbrosari ma sempre dignitose. Io le proporrei per il premio nobel per la pace.

Una lettera a Gio. Vincenzo Pinelli.

Pubblicato da Donato Pepe il 6 febbraio 2010

Il solito instancabile Michele Di Pietro mi ha rimesso questa lettera che il 3 gennaio 1600 l’astrofisico Ticone BRAHE, maestro di Keplero invia a Gio . Vincenzo PINELLI dei duchi di Acerenza.

Anche in questo caso si tratta di una pista di ricerca. Sarebbe utile intanto tradurla, le mie arrugginite frequentazioni del latino non bastano, e poi indagare meglio sugli attori della comunicazione e sui riferimenti contenuti nel testo.


Ticone Brahe (1546 – 1601)

TICONE BRAHE a GIO. VINCENZO PINELLI in Padova.
Benatek, 3 gennaio 1600.
(Bibl. dell`UniversitĂ  di Basilea. cod. G. I, 35, car. 8-9. – Minuta autografa.)
Illustri et Clarissimo viro anno Vincentio Pinello, Patricio Patavino,
D.no et amico suo Observandissimo.

Illustris et Magnifice vir,
S. Cum superiore anno Italiam peragrasset nobilis et eruditus adolescens Franciscus
Tengnaglius, qui aliquamdiu antea, tam in Dania quam Germania, meus domesticus fuit,
et Dresdae a me, in Italiam profectus, inter alia, ut, Patavium transiens, te officiose meo nomine salutaret atque de statu mearum rerum edoceret, in mandatis habuit; reversus autem nuper ad me, cum ab ipso percontarer an te allocutus esset, respondit se quum primum1 Patavium permeasset, saltem biduum ibi mansisse, interim te conveniendi nullam datam fuisse commoditatem. Reiecit itaque illud in reditum suum, donec, ulteriore Italia perlustrata, in Germaniam ipsi revertendum foret. At, cum rursus urbem vestram accederet et quod antea omissum erat praestare satageret, te ibi non invenit; sed in villam tuam, animi caussa, secessisse, Mathematicus vester Galilaeus de Galilaeis referebat. Re itaque hac, praeter utriusque nostrum expctationem, infecta, is ad me (uti dictum) rediit…

Vale, salutato a me peramanter ob conformia studia praestantissimo istic mathematum professore Galilaeo de Galilaeis; qui si mihi (uti constituerat) per dictam occasionem scripsisset, me in respondendo non invenisset difficilem. Poterit tamen id alio fortassis tempore praestari….


Vincenzo Pinelli (1535 -1601)

MEMORIA E’ FUTURO

Pubblicato da Donato Pepe il 4 febbraio 2010

Acerenza non dimentica le vittime dell’olocausto.

Nella sera del 31 gennaio 2010 l’Auditorium comunale di Acerenza ha ospitato il ricordo di una delle più grandi stragi dell’umanità: lo sterminio degli ebrei. Alcuni lo chiamano olocausto, altri shoà, altri ancora lo definiscono semplicemente strage di vite umane che è forse l’espressione, che oltre ogni dottrina, esprime il senso vero dell’accaduto. La comunità acheruntina, come ogni anno, ha voluto ricordare i momenti atroci vissuti circa sessantacinque anni fa all’interno dei campi di concentramento nazisti. In particolare, i ragazzi della Giosef ( associazione giovani senza frontiere), si sono impegnati nell’organizzazione dell’evento, sotto il patrocinio del Comune di Acerenza. Intorno alle ore 19.30 si è dato il via alla manifestazione con l’intervento di Alessia Cardillo la quale ha esplicitato in una frase il significato vero della serata: “la memoria è l’energia che alimenta la vita di oggi ed i sopravvissuti sono coloro che fanno si che l’incredibile diventi visibile, naturalmente nel senso animistico del termine”. Aurora Maiolo, in rappresentanza del’Amministrazione comunale, dopo i consueti ringraziamenti, ha esplicitato la sua idea in merito alla shoà. “ E’ stato tutto frutto della follia umana ed è importante che nel nostro piccolo ricordiamo la strage per far si che la realtà odierna non commetta gli stessi errori. Bisogna essere pronti a dire NO!”. La parola passa poi al parroco di Acerenza, don Pierpaolo Cilla, il quale si unisce al pensiero esplicitato nel precedente intervento, ritenendo che sia necessario guardare al passato per mettere le basi di un futuro migliore. Ha inoltre riproposto una domanda semplice ma essenziale ai presenti: quale è stata la causa dell’olocausto? Domanda che ha cercato di trovare una risposta nella testimonianza di Antonio Montanaro, il quale ha ripercorso la sua esperienza nei campi di concentramento. L’interrogativo, però, si è protratto anche durante la proiezione del film “ l’ultimo treno”, che ha lasciato scossi e fortemente toccati i presenti. Nella sala aleggiavano ricordi e preghiere misti ad un senso di ripugnanza nei confronti della mente umana, che tante volte supera il limite della razionalità e tenta di soddisfare istinti individuali e atroci. Il contesto storico, la politica, i soldi o la follia? Il dubbio resterà nei secoli.

Merisabell Calitri

NINO LONGO: mi preparò a fare di Pietragalla il mio luogo dello spirito.

Pubblicato da Donato Pepe il 2 febbraio 2010

E’ stato il mio maestro nella scuola elementare di Pietragalla dal 1947 al 1952, negli anni duri del secondo dopo-guerra. Quando, ai mali endemici di una terra avara e matrigna da sempre, si sommarono quelli occasionati dalle brutture della guerra. In questa i Pietragallesi, benché la percepissero lontana, non compresa e non voluta, rimasero coinvolti, come in tutte le altre calamità, che, peraltro, erano abituati ad affrontare pazientemente e dignitosamente.
Il maestro Nino Longo – limpido esempio di quanto fosse valida l’istruzione del “maestro unico” che conduce per mano il bambino alla scoperta del mondo, senza le incertezze di indirizzo della pluralità di educatori – ci aveva sì insegnato a leggere, scrivere e far di conto, ma soprattutto, con gli scarsi mezzi dell’epoca, ci aveva aperto alla vita con le sue lezioni di civiltà, di conquiste socio-culturali e di fiducia nel futuro dell’uomo. Lezioni dalle quali – così come le ricordo oggi dopo oltre sessant’anni – traspariva un eccezionale ottimismo di fondo. Una visione sempre positiva dell’esistenza umana, al di là di ogni inevitabile contrarietà .
Del ventennio fascista, non si era trovato intruppato fra le frotte dei denigratori dell’ultima ora. Dell’esperienza appena conclusa, apprezzava gli aspetti positivi di talune conquiste sociali, ma riteneva che, sulla democrazia appena ritrovata, sarebbe stato possibile costruire un futuro ben migliore per la nostra derelitta regione, della quale riconosceva già da allora la potenzialità delle risorse delle quali era dotata (come dimenticare le sue lezioni sulle dighe, sulle centrali idroelettriche e quando ci illustrava il significato di una “torre per l’estrazione del petrolio” posizionata su Tramutola nelle cartine del “Sussidiario”, che ancora conservo?).
Poi, laureatosi, andò ad insegnare a Roma alle scuole medie. Ma in paese è tornato tutti gli anni, immediatamente dopo la chiusura delle lezioni, restandovi fino all’inizio dell’anno scolastico successivo. E non potevo fare a meno di incontrarlo ogni volta che anch’io tornavo a Pietragalla, andando a cercarlo alla “Taverna” o alla “Mancosa” dove ero sicuro di trovarlo, per alimentare quei sentimenti di riconoscenza nei suoi confronti che con il tempo, lungi dall’affievolirsi, sempre più si consolidavano in me ormai diventato adulto.
Parlavamo di tutto, ma alla lunga si tornava sempre sull’argomento “Pietragalla”, perché per noi era il luogo dello spirito, come lo è Gerusalemme per gli Ebrei, i Cattolici ed i Musulmani. Centro dei valori che spaziano da quelli più tradizionali quali la patria, la famiglia, il lavoro, l’amicizia, la religione … a quelli che sono più nella considerazione dei contemporanei, quali la solidarietà, l’attenzione per i meno fortunati, la meritocrazia … Ma anche concentrazione di quegli aspetti meno positivi che una piccola comunità ineluttabilmente porta con sé. Di questi ultimi, tuttavia, ne percepivamo pochi, perché al cospetto dei nostri occhi incantati i primi sopravanzavano abbondantemente i secondi.
Ora che non è più fra di noi, ha voluto riposare nel locale Cimitero, dove, quando andrò a fargli visita, potremo ancora continuare a parlare del nostro luogo dello spirito.

Domenico A. Zotta

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